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martedì 12 dicembre 2006

Mestieri che spariscono

Isolabona antichi mestieri
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Qualche giorno fa il gatto che vedete sulla destra in un eccesso di affetto mal controllato mi ha fatto un bello squarcio nei pantaloni. Un paio di braghe a righine bianche e verdi. Che fare? Mi è venuta in soccorso la Lina, che ha lavorato per 38 anni nella sartoria della Scala. Adesso che è in pensione ha messo sù un piccolo laboratorio di rammendi invisibili. Ha le mani d'oro, una maestria incomparabile. Si danna perché non trova nessuna ragazza che impari l'arte. E sì che il lavoro non manca e si guadagna anche bene. Ma l'apprendistato è lungo, meglio bariste o commesse, che si guadagna subito anche se non si impara niente.

A cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta nelle grandi tipografie dei giornali avvenne un svolta epocale. Vi fu il passaggio dalla stampa a caldo a quella a freddo. Vale a dire dalla composizione col piombo si passò alla fotocomposizione. In quelle tipografie c'era un re assoluto, il linotipista, che adoperava una grande macchina che prima componeva e poi fondeva le righe con i caratteri. Si arrivava a quella mansione dopo un tirocinio di almeno dieci anni. Di colpo, con l'avvento dei computer, non erano ancora i pc ma grandi aggeggi che occupavano stanzoni a temperatura e umidità costanti, quel mestiere spari. Mi ricordo sindacalisti che strappavano di forza dalle sedie incauti giornalisti che si erano azzardati a lavorare dietro i terminali. Su quelle sedie potevano sedersi soli gli ex-linotipisti ormai defraudati del mestiere e in piena crisi di identità professionale. Lotta di retroguardia persa in partenza che infatti durò il tempo di un mattino.

Per finire parlerò di un mestiere che quando ve lo dico rimarrete di stucco. L'assaggiatore di merda. Avete capito bene, l'assaggiatore di merda. Succedeva questo quando ancora non esistevano le fognature, e non parlo del tempo dei Romani, ma dell'immediato dopoguerra, Quindi più o meno cinquant'anni fa. In questi paesi dell'entroterra ligure in famiglia la si faceva in qualche stanzino, la si conservava in un recipiente adatto e poi la si portava in campagna come concime. Le osterie invece avevano una latrina dove confluivano tutti gli escrementi dei clienti. E che? Si buttava tutto questo ben di dio? Ma neanche per sogno. Lo si vendeva. Bel commercio quello. E quindi quando arrivava il compratore intingeva l'indice dentro la merce e poi se lo metteva in bocca per assaggiarla, puah. Faceva questa disgustosa operazione per controllare che i gli osti furbacchioni non avessero annacquato il tutto, aumentando così il volume del prodotto. Mi ha raccontato per filo e per segno tutta la procedura il mio amico d'infanzia Bruno Piombo, orefice a Ventimiglia, che nell'osteria a Isolabona che ha lo stesso nome, adesso diventata bar e ristorante, è nato e cresciuto. E la cosa mi è stata confermata da altre fonti.

Le foto che vedete le ho scattate alla quinta edizione Antichi mestieri (2005), manifestazione che si tiene ogni anno nel periodo di Natale a Isolabona (IM).
In alto una ricamatrice, qui sotto la ricostruzione di una scuola d'altri tempi.
Isolabona antichi mestieri
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Qui le gallerie di foto
Edizione 2004
Edizione 2005

6 commenti:

  1. Victor Hugo, in un celebre passo dei Miserabili, descrisse le fognature di Parigi e fece una riflessione su quanta ricchezza venisse gettata via attraverso di esse, inquinando per di più l'ambiente, mentre avrebbe potuto essere reimpiegata fertilizzando i campi. Era il 1861, anno dell'Unità d'Italia. I nostri contadini non lo avevano letto, ma facevano quello che lui suggeriva. I nostri politici magari lo avevano letto, ma non gli davano retta. E molti non gli danno retta neppure oggi, tant'è che ce ne sono di quelli che ritengono inutile o poco utile il riciclaggio dei rifiuti, quando un bell'inceneritore risolverebbe tutto.
    Quanto ai mestieri che scompaiono, è triste, ma le nostre ragazze, cresciute dalla televisione (no comment) preferiscono fare le vallette, letterine, veline, amiche della De Filippi, ecc. ad imparare un lavoro vero (che può anche essere gratificante: provare per credere). Lo stesso per i ragazzi, in versione maschile.
    Lamentarsi dei tempi non serve, lo facevano già i latini ("O tempora, o mores!" - che tempi, che costumi! -, Cicerone; "O saeculum insapiens et infacetum!" - o secolo ignorante ed insulso! -, Catullo, ecc.). Ma non si può neppure accettare questo stato di cose "con supina rassegnazione" (come disse Oddo Biasini ai funerali di La Malfa).

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  2. Ho fatto in tempo a vederla usare anch'io, la linotipe, verso la metà degli anni Ottanta (erano forse le ultime in giro, ma i giornali di paese si facevano ancora così).
    Era molto più faticoso per tutti, per chi scriveva, per chi trascriveva o copiava, per chi correggeva le bozze... Quanto lavoro si risparmia oggi, con posta elettronica e tutto!
    Ma non sempre la tecnologia migliora la qualità dell'informazione, e le frottole tendenziose, anche se diffuse sulla Rete, non diventano per questo più vere. Anzi...

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  3. BENITO 396115/12/06 09:10

    tutto quello che ho letto mi fa pensare alla semplicita' perduta dei tempi andati...ai valori che si davano realmente alle cose, alle persone, anche agli animali...tutto aveva un senso e, malgrado la poverta', vi era negli esseri umani piu' dignita'....ora e' il caos, la nuova Babele, l'individualismo e' il male del secolo...sono sconcertata da quello che dovra' ancora succedere...lo diceva lo Zio Benito gia' nel lontano 1927...FINITA LA LIRA FINITA L'ITALIA!!! Un vero peccato su cui sarebbe meglio riflettere! Oggi mi sento molto nostalgica ma ringrazio Alberto per l'input che mi danno i suoi commenti...NOBIS!

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  4. ciao alberto da sergio g. rossi

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  5. Ciao Sergio, potresti essere un po' più loquace

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