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sabato 9 novembre 2019

Lo faceva l'ubriaco o lo era?


Milano, piazza Lima 

Ha attraversato le strisce a zig zag ballonzolando con la bottiglia sulla testa e s'è fermato due o tre volte rimanendo su una gamba sola e urlando parole sconnesse. Ma ho avuto un dubbio: se c'era o ci faceva. Perché c'è gente che si diverte anche così.

Buona domenica.



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sabato 2 novembre 2019

Sotto l'abete in fondo al giardino...

funghi a milano
funghi a milano
Sempre qualche sorpresa ci riserva questo magico giardino della casa qui a Milano. Sotto l'abete rosso ecco che sono nati i funghi che vedete. E i funghi sono proprio qualcosa di magico. Sono appena stato alcuni giorni in Liguria e se il tempo fosse stato più clemente quasi certamente sarei andato in qualche bosco di mia conoscenza. Perché per andare a funghi bisogna conoscere, come potete capire dalle righe che seguono.

Quei posti che conosco solo io
Ci vuole la pioggia. Perché senza terra bagnata, senza umidità, non vengono. E poi ci vuole il sole. Perché se, dopo la pioggia, non salta fuori il caldo, non vengono. E poi bisogna che non ci sia nessuno intorno. Perché se ci sono degli intrusi o degli spioni, non vengono; peggio, se ne vanno, nel senso che te li portano via, quindi non bisogna farsi seguire, non bisogna farsi vedere, bisogna dissimulare. È una questione fra te e loro, quella con i funghi. Una questione privata, seppure all’aperto, in mezzo alla natura.

Ha riti e consuetudini che si affinano in anni di pazienza e camminate. Non è che, i funghi, li vai a cercare: i funghi si vanno a trovare. Vai direttamente a casa loro, come se andassi in visita. Conosci l’indirizzo. Sai dove nascono, dove si raccolgono. E loro, generalmente, ti aspettano sempre nello stesso posto, seminascosti sotto quelle foglie, sotto quell’albero, quel castagno, sotto quell'abete, al limite di quel prato, là dove c’è uno sbanco di terra e comincia il sottobosco. Chi va a funghi conosce i posti segreti dei funghi. Sono un bene prezioso. Ciascuno ha i suoi, in una parte di bosco che diventa come una tasca, qualcosa di intimo. Si passano in eredità, ma non si rendono pubbliche, non si raccontano.

L’andare a funghi preferisce il silenzio alle parole. Puoi regalarli tutti o condividerli a cena, ma non sveli il luogo da cui provengono. Non è ingenerosità, è il piacere della raccolta, quel gesto che comincia dagli occhi, quella carezza che diventa strappo morbido, quella golosità del tocco. C’è chi raccomanda l’uso del coltello per raccoglierli, ma tagliarli è come mozzare la coda ai cani. Non si va a funghi con un’arma. Si va con naso, occhi, tatto. E con quella parte di corpo che richiama la fortuna.


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