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lunedì 13 settembre 2010

Il richiamo della foresta

Gola di Gouta, alta val Nervia. Ieri.

Avevo nove o dieci anni quando mio padre decise che era arrivato il momento di farmi vedere la foresta. Prima erano stati solo boschi boscaglie piccole praterie macchia mediterranea di arbusti spinosi e odorosi. Ma foreste, vere foreste mai.

Partimmo alle tre del mattino da una casa in campagna che era già in alto sulle colline, così il viaggio sarebbe stato più breve. E fu la prima volta che vidi l'aurora. Poi da allora altre ne vidi, ma quella mi è rimasta. Arrivammo dopo tre ore di cammino. E li mi apparvero questi abeti maestosi e anche un po' alteri, quasi da incutere soggezione. Colonne di una cattedrale infinita, e ai loro piedi una densa ombra misteriosa, luogo di folletti e di tutto il loro parentado immaginato.

Non sono queste le mie terre di mezzo ma le mie terre vicine, anche se lassù in alto, tanto in alto che dalle abetaie, in certe giornate di cristallo a febbraio, è uno spettacolo vedere il mare rubare buona parte dell'orizzonte al cielo.

Sono salito ieri fra questi alberi assieme alla mia amica del Louvre (ciao Christiane). È una sorta di pellegrinaggio che faccio ogni anno e quando ridiscendo mi acchiappa una leggera euforia. Sarà forse l'aria o saranno i ricordi che rigenerano la gioia di vivere che si ha quando si è fanciulli.

E a chi mi vede e mi chiede il motivo di quest'allegrezza racconto quello che ho appena detto a voi.





domenica 21 febbraio 2010

You remember

Gruppo a Veonixi
[clic sopra per ingrandire]

E poi ognuno prese la sua strada.
C'è chi non si sa
dove sia andato a finire.
Alcuni, tra quelli che vedete,
in seguito si accoppiarono.
Due non ci sono più,
e scaccio il pensiero triste.
Ma i più rivedo,
ancora loro,
quando vado
al paesello.
Grazie, Danila e Nadia,
per questa foto
che oggi mi avete fatto avere,
non sapevo dell'esistenza.

[Non c'è l'indovinello. Sono quello al centro, con la macchina fotografica al collo.]

lunedì 20 luglio 2009

Quarant'anni fa l'allunaggio - Diressero il volo degli ingegneri ragazzi

Orma dell'uomo sulla luna

Quarant'anni fa al mio paesello impazzava la festa della Maddalena, la patrona, ma molti, a un certo punto della serata, avevano lasciato la pista da ballo a altri si erano allontanati dal bancone della buvette all'aperto e si erano riversati nei locali dove le televisioni erano accese a tutto volume.

Io, assieme agli amici, ero al bar Ines (che adesso non esiste più) e fu lì che vidi le immagini in bianco e nero dell'uomo sulla luna e mi ricordo di un battimani spontaneo che sgorgò quasi liberatorio dopo il fiato sospeso dei momenti delicatissimi dell'approdo sul satellite. Tanti di voi allora non erano ancora nati e qualcuno era così piccolo che non può ricordare. Chi nato era e già in età di ricordo potrebbe raccontare dove si trovava.

In questi giorni ho letto di tutto e di più su carta stampata e web tanto che a trovare qualcosa di originale che già non sappiate è arduo. Mi ha colpito quel che segue.

L'età media degli ingegneri impegnati nei calcoli per i voli era di 23 anni e Steve Bales, l'ufficiale che guidò dalla base di controllo la complicatissima fase di allunaggio, ne aveva solo 26. Quella fu la stessa generazione di scienziati che diede vita a Silicon Valley e allevò i geni dell'informatica del XXI secolo.

Aggiunta 11:24
Vedo in giro su vari blog, come qui, che c'è gente che non ci crede e pensa sia una immane impostura. Se anche qualcuno tra i miei lettori la pensa così lo dica pure. Io sono tra quei "ciula" che ci credono.

Uomo sulla luna

mercoledì 7 gennaio 2009

Luciano

luciano mauro

L'altra sera ho cenato tête à tête, noi due da soli, con Luciano nella pizzeria del Lula. E gli chiedo subito scusa per aver pubblicato questa sua foto che gli ho scattato a tradimento. Non vuole mai farsi ritrarre, tirando fuori le motivazioni più incredibili che poi in fondo è solo una, sempre taciuta e inconfessata. Che una foto gli rubi l'anima, almeno un po'. Lui così generoso con tutti, ma l'anima no, quella è solo sua.

Fu l'unico, Luciano, che al G8 di Genova, seminudo, con un grande balzo, riuscì a oltrepassare la blindatissima zona rossa. E in quella occasione fu definito da Adriano Sofri su Repubblica "il gran vegliardo". Un gesto che travalicò lo stretto significato politico per diventare un atto di arte comportamentista della più genuina.

Siamo amici da una vita. Mi aveva cercato dopo molto tempo quando ero ancora a Milano, e così ce la siamo raccontata, ognuno mettendo tasselli di memoria mancanti a quella dell'altro. Ma non solo memoria, anche sogni di quello che si potrebbe fare ancora assieme, lui io e gli altri un po' dispersi.

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martedì 11 novembre 2008

Aaah, la due cavalli

due cavalli

Questa mattina ho fatto un giretto su questa macchina, una due cavalli di un gruppo di buontemponi incontrati per caso. E di colpo mi sono rivisto ragazzo e mi è venuto in mente Jean Claude che adesso abita a Parigi e che è tanto tempo che non lo sento.

L'amica Skip diceva degli oggetti che ti fanno ricordare momenti della tua vita passata. Ma lei parlava degli oggetti suoi, sulla sua scrivania, ed erano i suoi ricordi intimi. Ci sono anche questi di oggetti, che non sono tuoi e che ti appaiono per caso, che eccitano la memoria.

Chi ha viaggiato su questa macchina ha senz'altro qualcosa da raccontare.

due cavalli

domenica 29 giugno 2008

Vestito estivo

È da un po' di giorni che la stagione è quella che dovrebbe essere, cioè calda, e non lamentatevi per favore, così metto una foto "estiva" nell'intestazione che avevo pronta nel cassetto. Si tratta di una cascata dove ho fatto non so quante volte il bagno, ne parlai qui (nella parte inferiore della pagina).

Mi ricordo, quando ero bambino, che mia madre, non a date precise ma in base all'andamento del caldo o del freddo, decideva che era il tempo che indossassi i pantaloni corti o lunghi. Quella novità sulle mie gambe mi elettrizzava e correvo fuori contento di non so che cosa.

Quando invece ero militare, il cambio della divisa, estiva o invernale, rappresentava in pieno l'imbecillità della burocrazia militare. Erano date precise, non importava se la stagione era avanti o indietro, e non importava nemmeno che al Brennero la temperatura fosse per forza diversa da quella di Trapani. Quel giorno tutti i soldati d'Italia dovevano attenersi a quell'ordine.

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venerdì 6 giugno 2008

E a Milano maturano le nespole

nespole a milano
Milano, via Padova 266

Poco fa ero nel laboratorio fotografico (ciao Ettore) dall'altra parte della strada, e mi ha sorpreso la visione di questo nespolo carico di frutti maturi. La mia memoria li associa sempre alle ciliegie, perché di questi due frutti era piena la cesta, u cavågnu, che si portava a casa dalla campagna in questa stagione. Vedere un albero del genere in un campo o nel giardino di una casa sarebbe del tutto normale, ai bordi di questa lunga via incasinatissima fa tutt'altro effetto.

E intanto sono passati sei mesi e più da quando a Milano fioriva il tarassaco.

nespole a milano

martedì 27 maggio 2008

Caro Ministro, non mandi in pensione la nostra maestra

lettera bambini
[ingrandite con un clic sopra]

Gisella Donati, settant'anni a giugno, è una delle maestre in servizio più anziane d'Italia. I suoi bambini che l'anno prossimo faranno la quinta la perderanno. E così hanno scritto questa bella letterina al ministro perché la faccia rimanere ancora un anno con loro. Sembra veramente una storia d'altri tempi.

Vi ricordate voi di qualche maestra o maestro che vi è rimasto, nel bene o nel male, particolarmente impresso nella memoria?

via

Isolabona antichi mestieri
La foto è una ricostruzione di una vecchia classe elementare. La scattai alla quinta edizioni degli "Antichi mestieri" di Isolabona (IM) nel 2005. [un clic sopra per ingrandirla]

domenica 10 febbraio 2008

Cento aeroplani di carta verranno lanciati dalla stazione spaziale orbitante

aereo di carta
Alzi la mano chi non ne ha mai costruito. Bene, non vedo nessuna mano alzata, quindi ci siete passati tutti. Mi ricordo i più bravi che ne fabbricavano di quelli che dopo la picchiata planavano con eleganza per terra. C'era anche chi soffiava sulla punta come per animarli. E poi le schiappe che vatti a sapere perché non c'era proprio verso, i loro aerei lanciati in aria cadevano inesorabilmente come sassi.

Adesso il gioco si fa serio. Il 20 marzo l'astronauta giapponese Koichi Wakata lancerà dalla stazione spaziale una flotta di cento di questi aerei. Carta speciale di riso dipinta con una speciale sostanza al silicone. Sembra una bizzaria, ma l'esperimento è stato preparato con metodologia scientifica da Shinji Suzuki, ingegnere di astronautica dell'Università di Tokio, in collaborazione con i massimi esperti di origami.

Forse è una mossa propagandistica per destare interesse verso il programma spaziale nipponico, ma è anche probabile che l'esperimento abbia un senso, un senso "aereo". In linea, cioè, con le ricerche che si compiono in Giappone con i venti e le correnti che hanno portato a registrare la musica dell'aria, delle melodie della natura che nessuno aveva mai colto e che si sono rivelate all'orecchio solo quando sono state captate e sistematicamente studiate.

Nell'ipotesi abbastanza improbabile che qualcuno ne trovi uno è pregato, come è scritto sulla fusoliera, di restituirlo alla Japan Space Agency.


La foto è presa da qui.

lunedì 31 dicembre 2007

Ti ricordi?

Ho la fortuna, non so quanto piccola, non so quanto grande, di essere nato in un paesello. Adesso che abito da molto tempo in una grande città me ne rendo conto. I colleghi e gli amici che in questa Milano ci sono nati hanno perso quasi tutti i contatti con il loro ambiente d'infanzia. Io invece, quando ritorno nelle mie terre natali, è un continuo rivedersi e rammemorare una miriade di fatti, ridicoli tragici sentimentali, che hanno intrecciato le nostre vite nei decenni passati. Possono insorgere dentro di te rimpianti e anche rimorsi, ma sono sempre comunque emozioni collettive che ricreano per un attimo le complicità di una volta. E questo periodo di feste è proprio quello adatto a simili confidenze. Ieri, una donna sposata, madre di due figli, me l'ha finalmente detto: «Sono stata innamorata di te per due anni e non te ne sei mai accorto». Sono rimasto tramortito, perché lei anche mi piaceva.

martedì 18 dicembre 2007

Rivoglio i mandarini, quelli veri

mandarino
Ho faticato però alla fine ce l'ho fatta a trovare una mandarino vero, come quelli di una volta. Almeno nelle grandi città sembra siano stati quasi tutti sostituiti dalle clementine, ibridate chissa come, tutte uguali, con la buccia sottile sottile, profumo niente o quasi e, scorno finale, castrate, cioè senza semi.

Questi frutti mi ricordano il Natale, si appendevano all'albero assieme alle bocce di vetro soffiato, e sembravano tanti piccoli soli. E poi c'era il divertimento del pzzzzz: la buccia schizzata negli occhi del fratello o dell'amico. Natali d'altre atmosfere di una società ancora ingenua e povera che di lì a poco il "benessere" avrebbe spazzato via e sostituito con il luna park indecente di adesso.

sabato 17 novembre 2007

Milano, Fiera di Senigallia

Raffaella Carrà da giovane
Raffaella Carrà sulla rivista NAT, 1 dicembre 1965

Era un bel po' che non ci andavo, vuoi per disinteresse, ma vuoi soprattutto per il fatto che molto raramente passo il fine settimana in città. Così stamattina ho dato appuntamento a un amico che non vedevo da un anno alla Fiera di Sinigallia. Due piccioni accalappiati con una fava sola.

Questa fiera, che è un'istituzione milanese, non prende il nome da una via o da una piazza come succede da altre parti. Sinigallia perché nel XV° sec. la citta' di Sinigaglia (nelle Marche) si chiamava Fiera di Sinigaglia. Durante la festa di S. Maddalena le navi che vi ormeggiavano erano esentate dai dazi, e vi era una tale massa di mercanzia esposta che i milanesi ribattezzarono Sinigallia la loro fiera delle pulci che si svolgeva negli anni 20 sul Bastione di P.ta Ticinese. Poi fu spostata in via Calatafimi dove rimase per parecchi anni, da lì andò alla Darsena e adesso si trova allo scalo merci della stazione di Porta Genova.

Ho girato fra i banchi, soprattutto quelli di libri e riviste usate, e ho parlato con molte persone che non avevo mai visto prima. Sarebbe stato possibile qui? Forse questa è una delle poche situazioni di Milano ancora umana.

E voi, nella vostra città e paese che fiera avete?

cestino di biscotti al plasmon
Un cestino di biscotti al plasmon. Dietro un scatola di Turmac, le sigarette che fumava Enrico Berlinguer.

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giovedì 15 novembre 2007

Anni Settanta, il decennio lungo del secolo breve

Mostra anni 70
Particolare della sala dedicata ai fumetti

Finalmente ho trovato due ore di tempo (ci vogliono tutte e forse non bastano) e sono andato a vedere questi Anni Settanta, il decennio lungo del secolo breve alla Triennale di Milano. Che il Novecento sia stato un secolo breve è da vedere, e quanto prima ne parlerò, che il decennio degli anni Settanta sia stato lungo anzi lunghissimo è nella mia memoria.

Non c'è un percorso stabilito nel dipanarsi dei vari luoghi, 26, con le parole di Fabrizio De André che ti accompagnano, e tra video, installazioni, microrappresentazioni, moda, interviste da seguire in cuffia, fotografie, filmati, trasmissioni radio e televisive, fumetti, manifesti, giornali, bar in stile di quegli anni, con tanto di jukebox, telefono a gettoni, liquori di quel tempo, ci si perde.

Le mostre son fatte per essere viste e non per essere raccontate. Però quando sono entrato nella cella dove le Brigate Rosse avevano tenuto prigioniero Aldo Moro, perfettamente rifatta, uguale dimensione, uguale materiale, uguali oggetti, devo ammettere che ho avuto uno scossone.

Chi, come me e gli amici con cui ero, ha vissuto in pieno quel periodo di generosi e creativi entusiasmi seguiti poi da penose delusioni affiancate da irrimediabili tragedie, quando vede la rappresentazione che se ne dà la trova sempre parziale e impropria. Viene a galla nostalgia struggente, che non è la gioventù che se n'è andata ma il rimpianto per la strada imboccata dall'umanità opposta a quella che allora avremmo voluto.

Mostra anni 70
Manifesti dei film di serie B ( B?)

Una foto anche QUI

mercoledì 7 novembre 2007

La luna sotto casa

E' uscito per la Shake edizioni (ciao Gomma) La luna sotto casa storia sociale di Milano, dall’immediato secondo dopoguerra fino alla fine degli anni Ottanta. Autori Primo Moroni e John N. Martin.

"[...] Sono centinaia di informazioni che emergono dal libro. Compaiono nomi di persone, di strade, di locali notturni, di cinema,di piazze e, piano piano, in quel caos di «cemento armato» che trasformò la Milano dei vecchi quartieri, sembra di afferrare il filo di una trama. Quella scritta sulla propria pelle non da quelli che volevano essere «primi», ma dagli «ultimi»: dai figli dei poveri che, all'improvviso, hanno urlato il loro basta. Basta alla «società dei sacrifici» e via alla lotta per autoaffermarsi. Senza però cambiare molto. Anzi, cercando di rispettare una non ben identificata ruvida legge della strada, intrisa di lealtà reciproca, di sicurezza di gruppo [...]"
Piero Colaprico

Primo Moroni
Primo Moroni al parco Lambro nel 1989. Scattai la foto in occasione della tre giorni, 23-24-25 giugno, organizzata dal Centro Sociale Leoncavallo Né eroina, né polizia. Nemmeno due mesi dopo, il 16 agosto, il centro sociale fu sgomberato e abbattuto dalle ruspe. La vecchia facciata di via Leoncavallo 22.

Quando alla fine degli anni Settanta arrivai a Milano la mia prima casa fu in via Porpora al numero 14 vicino a piazzale Loreto. Era il tempo della banda Vallanzasca, dell'Autonomia, di Re Nudo, del Macondo e delle Brigate Rosse. Via Montenevoso dove fu scoperta la base strategica di questa organizzazione era, è, una traversa di via Porpora. A fianco del mio portone potevi entrare in un bar frequentato da una fauna pulsante di vite fuoribinario. Metalmeccanici turnisti incazzati, rapinatori appena usciti di galera in cerca di ingaggio, slavi biscazzieri e armati, greci ridanciani e truffatori, casalinghe ribelli dei piani di sopra in cerca di brivido, padri disperati in cerca delle figlie in fuga, tossici che si erano appena bucati in piazza Aspromonte, intellettuali disillusi che avevano buttato la spugna e scrivevano per riviste pornografiche, compagne e compagni, seri e frichettoni uniti nella lotta. Un giorno a un tavolo vidi quattro che giocavano a carte. Perdio, ma giocavano a belote! un gioco francese diffusissimo nell'estremo Ponente ligure, ma che pensavo sconosciuto in città. E difatti sconosciuto lo era, ma non ai malavitosi che lo avevano imparato, come seppi in seguito, dai loro colleghi di Marsiglia. Quel bar c'è ancora, ma non è più lui.

mercoledì 17 ottobre 2007

I bottegai di corso Como scimmiottano Cattelan

manichini impiccati in corso Como a Milano
Un manichino impiccato davanti al Dom Cafè di corso Como a Milano

Ve lo ricordate Maurizio Cattelan quello che tre anni fa aveva impiccato i bambini agli alberi di Milano? Arte, non arte? Almeno l'intenzione c'era. Qui invece si tratta di dané. Solo i dané hanno mosso i proprietari dei locali (il Dom Cafè, il Pitt Bull, il Novecento, il Pixel e il Ganas) di corso Como a Milano ad appendere per il collo qualche manichino davanti alle vetrine. Protestano contro il decreto che impone di non vendere alcoolici oltre le due di notte, per dare la possibilità a chi a quell'ora ha una mezza sbronza di cuccarsela tutta intera, che diamine, uno non può bere quando gli pare?.

Corso Como, una settantina di metri, molto trendy, modelle smunte al punto giusto, bellimbusti palestrati e mezzo bruciacchiati dagli UV, tipi sguscianti che ti sibilano «Cosa vuoi? c'ho di tutto». Non è questo il trendy?

Me la ricordo questa via con trattoriucce familiari dove facevi amicizia con tutti e botteghe di abili artigiani della vecchia operosa Milano. Ogni tanto ci passo per prendermi una mezz'ora di relax dentro le serre dei Fratelli Ingegnoli nella vicina via Pasubio, di fronte a questa lapide.

domenica 7 ottobre 2007

Il monte Toraggio e la mia età dell'incoscienza

toraggio

Il monte Toraggio

Di anni ne avevo sedici e il mio amico Mino 14. Questa montagna l'avevamo vista da quando eravamo nati, perché era il baluardo che chiudeva la nostra valle, la val Nervia (IM). E così un giorno ci prese la smania di partire e salire lassù in cima. Non mi ricordo come i nostri genitori reagirono quando chiedemmo il permesso, ma partimmo. Non conoscevamo la strada, cartine manco a parlarne, ma com'è come non è arrivammo fino alla base di roccia che potete vedere nella foto (meglio nell'ingrandimento). Non salimmo da qui, ma dalla parte Nord (che non vedete) più difficile.

Ma sentite, arrivati in cima, stanchi e stupefatti, increduli e delusi, non riuscivamo a capacitarci. Non ci sembrava la cima. Vatti a sapere nella nostra testa di adolescenti che idea ci eravamo fatti della cima di una montagna. Così scendemmo da dove eravamo saliti, e risalimmo dalla roccia finale che vedete. E arrivati di nuovo nella piccola piazzola aerea dove eravamo già stati ci convincemmo che la sommità era proprio lì. Chiedetelo, se non ci credete, a Mino, il conte di Tabò, che ha la tabaccheria a Isolabona (IM). Anche i conti si guadagnano da vivere ormai.

A questa storia pensavo oggi quando ho scattato la fotografia. Nostalgia dei tempi dell'incoscienza? Sì, un po'.

sabato 9 giugno 2007

Braccialetti pitagorici

braccialetti pitagoriciQuando facevo le elementari la penultima pagina dei quaderni aveva stampata la tavola pitagorica. Un quadrato con dodici caselle per lato, chissà poi perché dodici e non dieci, che conteneva tutte le possibili moltiplicazioni fra le prime dodici cifre. E bisognava saperle tutte, al volo, senza tentennamenti. Per alcuni una tortura. Imparare quelle tabelline era uno sforzo di memoria continuo. Ma uscivano da quella scuola che sapevano far di conto col solo ausilio del proprio cervello. Qualche tempo fa ho provato a fare, così per scherzo, le stesse domande ad alcuni ragazzini. Un disastro. Non so se per tutti sia così, ma non c'è dubbio che c'è stato in linea generale un arretramento.

Adesso che si avvicinano gli esami qualcuno non ha trovato di meglio che mettere in vendita questi braccialetti dove all'occorrenza si può buttare un occhio per vedere il risultato di un'operazione elementare. Povero Pitagora.

Aggiunta
Ho ricevuto quattro mail che mi chiedono il link del sito dove si vendono questi braccialetti, e una simile richiesta è nei commenti. Questo link l'avevo omesso di proposito. Il sito è QUI

mercoledì 6 giugno 2007

You remember Moto Guzzi?

logo Moto GuzziCinquant'anni fa, alla fine del 1957, dopo sette titoli mondiali, la Moto Guzzi lasciava le corse. Fu l'incapacità a capire e quindi a seguire i nuovi tempi in veloce cambiamento che fece decidere all'azienda di rinunciare alle competizioni.

Me ne ricordo parecchie di quelle moto.

Per prima il Galletto (lo vedete in basso) di don Nanni di Dolceacqua (IM) che sembrava costruito apposta per lui. Non sarebbe stato agevole per un prete di allora, con la tonaca fino ai piedi, alzare la gamba per mettersi a cavalcioni.

Poi mi ricordo le Guzzi Cinquecento dei carabinieri, una soprattutto, quella usata dall'appuntato Salerno, sempre di Dolceacqua. Il suo rumore, tu tu tu, tu tu tu. E quella volta che una pallonata gli ruppe il parabrezza e lui non se n'era accorto. Avvertì l'aria in faccia solo dopo la partenza, fece dietro front e ci venne a rincorrere nei carugi, ma eravamo come lepri e lui pesava cento chili.

E voi avete qualcosa da raccontare su queste moto?
Moto Guzzi Galletto
Il mitico galletto

Questa foto è del sito ufficiale della Moto Guzzi

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sabato 13 gennaio 2007

Eravate bambini o ragazzi negli anni '60 '70?

maddalena ragazzina su vespa
Ingrandisci la foto

Un gioco della memoria, forse della nostalgia. Aggiungete delle voci nei commenti e li inserirò nella lista.

  • Da bambini andavamo in auto che non avevano cinture di sicurezza né airbag...

  • Viaggiare nella parte posteriore di un furgone aperto era una passeggiata speciale e ancora ne serbiamo il ricordo.

  • Le nostre culle erano dipinte con colori vivacissimi, con pitture a base di piombo.

  • Non avevamo chiusure di sicurezza per i bambini nelle confezioni dei medicinali, nei bagni, alle porte.

  • Quando andavamo in bicicletta non portavamo il casco.

  • Bevevamo l'acqua dal tubo del giardino, invece che dalla bottiglia dell'acqua minerale...

  • Noi invece bevevamo l'acqua direttamente nei torrenti dove scorrazzavamo per tutta l'estate. Non c'erano depuratori ma nessuno si è mai beccato malattie gastrointestinali.
    (commento di Giorgio)

  • Trascorrevamo ore ed ore costruendoci carretti a rotelle ed i fortunati che avevano strade in discesa si lanciavano e, a metà corsa, ricordavano di non avere freni. Dopo vari scontri contro i cespugli, imparammo a risolvere il problema. Si, noi ci scontravamo con cespugli, non con auto!

  • Uscivamo a giocare con l'unico obbligo di rientrare prima del tramonto.

  • La scuola durava fino a mezzoggiorno, arrivavamo a casa per pranzo.

  • Avevamo una sola maestra che ci insegnava tutte le materie.
    (commento di Rita)

  • Non avevamo zainetti ma cartelle con dentro due libri e due quaderni. Una matita e una penna. Niente più.
    (commento di Paolo)

  • Non avevamo cellulari... cosicché nessuno poteva rintracciarci. Impensabile.

  • Avevamo quindici anni, partimmo in due dalla val Nervia per le montagne. Girammo tra quelle cime senza conoscere le strade. Dopo una settimana sbucammo a Limone Piemonte e telefonammo ai nostri genitori.
    (commento di Alberto)

  • Ci tagliavamo, ci rompevamo un osso, perdevamo un dente, ma non c'era alcuna denuncia per questi incidenti. La colpa non era di nessuno se non di noi stessi.

  • Mangiavamo biscotti, pane e burro, bevevamo bibite zuccherate e non avevamo mai problemi di sovrappeso, perché stavamo sempre in giro a giocare...

  • Condividevamo una bibita in quattro, bevendo dalla stessa bottiglia e nessuno moriva per questo.

  • Non avevamo Playstation, Nintendo 64, X box, Videogiochi, televisione via cavo con 99 canali, videoregistratori, dolby surround, cellulari personalizzabili, computers, chatroom su Internet... Invece AVEVAMO AMICI.

  • Uscivamo, montavamo in bicicletta o camminavamo fino a casa dell'amico, suonavamo il campanello o semplicemente entravamo senza bussare e lui era li e uscivamo a giocare.

  • Si! Li fuori! Nel mondo crudele! Senza un guardiano! Come abbiamo fatto? Facevamo giochi con bastoni e palline da tennis, si formavano delle squadre per giocare una partita; non tutti venivano scelti per giocare e gli scartati non subivano alcuna delusione che si trasformava in trauma.

  • Alcuni studenti non erano brillanti come altri e quando perdevano un anno lo ripetevano. Nessuno andava dallo psicologo, dallo psicopedagogo, nessuno soffriva di dislessia né di problemi di attenzione né di iperattività; semplicemente ripeteva ed aveva una seconda opportunità.

  • ... ma soprattutto, dopo che finalmente nelle case era entrato solennemente un televisore, guardavamo solo un po' di TV dei ragazzi (che era a misura di ragazzi) e poi a letto dopo Carosello. Un po' più grandi magari ci veniva concesso una volta alla settimana uno sceneggiato, che ci faceva conoscere l'Odissea e i Promessi Sposi, oppure il quiz per imparare qualcosa. Il resto era TEMPO LIBERO e la libertà unita a poche risorse scatenava la fantasia e la creatività, la curiosità e l'ingegno.
    (commento di Nanni 1963)

  • A quei tempi mi godevo la città (e che città!) perché era molto più vivibile ed umana. Anche la scuola, alla quale ritornavo da docente, non era ancora un'area di parcheggio o di banali sperimentazioni, ma un terreno di confronto (e talora di battaglia) politico e culturale.
    (commento di Cormorano29)

  • Se facevamo casino nessuno chiamava i Carabinieri. Al massimo ci tirava un secchio d'acqua. E la cosa ci divertiva tantissimo!
    Un po' di gesso, un sacchetto di tappi a corona (le biglie con le foto dei ciclisti erano un lusso), magari un po' di cera per andare più veloci e avvincenti gran premi di Formula Uno riempivano i pomeriggi dei cortili.
    (commento di Nanni 1963)

  • Salivamo sui tram. C'era il bigliettaio. Gli chiedevamo informazioni. "Tranquilli" ci diceva "quando è ora di scendere vi avviso". Adesso è proibito parlare col conducente.
    (commento di Ambra)

  • Ero piccola ma ricordo che andavo con mio nonno al passaggio a livello per vedere i treni...senza scritte punk o sporcizie varie...erano meno veloci e brillavano sui rumorosi binari...poi andavo ai giardini dove allora si poteva dare da mangiare ai cigni e alle papere...ricordo addirittura una vecchietta che per pochi centesimi ci vendeva il cibo per loro! Adesso e' tutto VIETATO!!!!!
    (commento di BENITO 3961)

  • Quando avevo la tosse, non mi davano lo sciroppo: mia nonna mi faceva i "caldi", ossia ungeva di sego, strofinandoci una candela, un foglio di carta da zucchero, lo scaldava sulla stufa e me lo applicava sul petto e sulla schiena.
    Lo stesso quando, durante le feste, mangiavamo "troppe cose dolci" e poi avevamo la nausea: niente Biochetasi, ma, poiché si diceva che erano "i vermi che si muovevano", una bella collana di spicchi d'aglio attorno al collo, il cui odore si pensava mandasse indietro i benedetti vermi.
    Per i dolori ai muscoli o alle articolazioni, non c'era la pomata o il gel, ma si faceva scaldare sulla stufa un sacchetto di crusca e lo si teneva sulla parte dolorante. Per non dire, poi, del ricostituente, che non era uno sciroppo bensì dell'olio di fegato di merluzzo, e del lassativo che era invece un bel cucchiaione di olio di ricino. Il torcicollo, infine, lo si curava rotolando un candelotto di zolfo, che scaricava l'elettricità (e la tensione) e si spaccava.
    Non tutto funzionava, ma alcune cose (come il rimedio al torcicollo) le uso con successo ancora oggi...
    (commento di C.E.G.)

  • E il latte che andavamo a prendere, con un bottiglione, dal vicino, che aveva ancora le mucche (a casa mia non c'era più nessuno per badare agli animali, perché mio padre e i miei zii facevano un altro mestiere, ma prima le bestie le avevamo anche noi: il maiale, i buoi, la mucca, le oche)?
    Il sapore era ben diverso da quello di qualsiasi confezione odierna, anche se superreclamizzata.
    (commento di Flaubert)

  • ... e poi, cosa a mio avviso più importante, avevamo un futuro o almeno credevamo di averlo. Oggi il futuro è a dir poco nebuloso e il presente è ridotto a un cumulo di macerie, non ci rimane che il passato, non a caso, come dimostra questo blog, tutti noi stiamo guardando indietro. E ciò se per chi come me ha imboccato il viale del tramonto può essere consolatorio, per chi vive sul versante dell'adolescenza o della giovinezza è decisamente triste e avvilente.
    (commento di Cormorano29)

  • E' proprio così, e forse anche di più, ma soprattutto eravamo bambini/ragazzi. Pensa che lo stesso discorso lo stanno già facendo le mie due figlie grandi al loro fratello che ha dieci anni meno di loro. Temo che sia un sintomo di vecchiaia.
    (commento di Strega)

  • Avevamo il mangiadischi giallo, che si ingoiava i 45 giri con le favole della fonit-cetra e la canzone di sbirulino.
    (commento di fogliadisole)

  • ...E anche le fiabe sonore!le favole che ascoltavamo dal 45 giri - il penny -: non avevano sempre il lieto fine, c'erano orchi, streghe e genitori cattivi, ma nessuno si preoccupava se la cosa potesse procurarci incubi o traumi insuperabili. Adesso ci sono psicologi che propongono di re-inventare le favole troppo "cruente"...
    (commento di serena)

  • Pallone con i lacci stando attenti a non graffiarci la fronte. Figurina di Pizzaballa introvabile. Partite a biliardino e... non alla playstation. Il mercoledi la Coppa dei camioni e ...non la Champions. Tribuna politica con Jader Jacobelli senza insulti.Complimenti per l'iniziativa. Ti segnalo analoga sul blog sinistramaldestra al post "Di quelli che stanno in mezzo al guado"
    (commento di damiano 60)

  •  Si mangiava pane con burro vino e zucchero ed era buonissimo.. la cioccolata una volta l'anno mia madre la spalmava cosi' sottile che ancor oggi non riesco a fare altrimenti.
    E poi a colazione a scuola avevamo pane e stracchino:l'aspetto era orribile ma il sapore delizioso.  (commento di Rosi)

Nella foto in alto, primi anni Cinquanta, la ragazzina che vedete sulla Vespa è la mamma dell'attuale sindaco di Isolabona (IM).

martedì 12 dicembre 2006

Mestieri che spariscono

Isolabona antichi mestieri
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Qualche giorno fa il gatto che vedete sulla destra in un eccesso di affetto mal controllato mi ha fatto un bello squarcio nei pantaloni. Un paio di braghe a righine bianche e verdi. Che fare? Mi è venuta in soccorso la Lina, che ha lavorato per 38 anni nella sartoria della Scala. Adesso che è in pensione ha messo sù un piccolo laboratorio di rammendi invisibili. Ha le mani d'oro, una maestria incomparabile. Si danna perché non trova nessuna ragazza che impari l'arte. E sì che il lavoro non manca e si guadagna anche bene. Ma l'apprendistato è lungo, meglio bariste o commesse, che si guadagna subito anche se non si impara niente.

A cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta nelle grandi tipografie dei giornali avvenne un svolta epocale. Vi fu il passaggio dalla stampa a caldo a quella a freddo. Vale a dire dalla composizione col piombo si passò alla fotocomposizione. In quelle tipografie c'era un re assoluto, il linotipista, che adoperava una grande macchina che prima componeva e poi fondeva le righe con i caratteri. Si arrivava a quella mansione dopo un tirocinio di almeno dieci anni. Di colpo, con l'avvento dei computer, non erano ancora i pc ma grandi aggeggi che occupavano stanzoni a temperatura e umidità costanti, quel mestiere spari. Mi ricordo sindacalisti che strappavano di forza dalle sedie incauti giornalisti che si erano azzardati a lavorare dietro i terminali. Su quelle sedie potevano sedersi soli gli ex-linotipisti ormai defraudati del mestiere e in piena crisi di identità professionale. Lotta di retroguardia persa in partenza che infatti durò il tempo di un mattino.

Per finire parlerò di un mestiere che quando ve lo dico rimarrete di stucco. L'assaggiatore di merda. Avete capito bene, l'assaggiatore di merda. Succedeva questo quando ancora non esistevano le fognature, e non parlo del tempo dei Romani, ma dell'immediato dopoguerra, Quindi più o meno cinquant'anni fa. In questi paesi dell'entroterra ligure in famiglia la si faceva in qualche stanzino, la si conservava in un recipiente adatto e poi la si portava in campagna come concime. Le osterie invece avevano una latrina dove confluivano tutti gli escrementi dei clienti. E che? Si buttava tutto questo ben di dio? Ma neanche per sogno. Lo si vendeva. Bel commercio quello. E quindi quando arrivava il compratore intingeva l'indice dentro la merce e poi se lo metteva in bocca per assaggiarla, puah. Faceva questa disgustosa operazione per controllare che i gli osti furbacchioni non avessero annacquato il tutto, aumentando così il volume del prodotto. Mi ha raccontato per filo e per segno tutta la procedura il mio amico d'infanzia Bruno Piombo, orefice a Ventimiglia, che nell'osteria a Isolabona che ha lo stesso nome, adesso diventata bar e ristorante, è nato e cresciuto. E la cosa mi è stata confermata da altre fonti.

Le foto che vedete le ho scattate alla quinta edizione Antichi mestieri (2005), manifestazione che si tiene ogni anno nel periodo di Natale a Isolabona (IM).
In alto una ricamatrice, qui sotto la ricostruzione di una scuola d'altri tempi.
Isolabona antichi mestieri
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Edizione 2005