Ingrandisci la fotoQualche giorno fa il gatto che vedete sulla destra in un eccesso di affetto mal controllato mi ha fatto un bello squarcio nei pantaloni. Un paio di braghe a righine bianche e verdi. Che fare? Mi è venuta in soccorso la Lina, che ha lavorato per 38 anni nella sartoria della Scala. Adesso che è in pensione ha messo sù un piccolo laboratorio di
rammendi invisibili. Ha le mani d'oro, una maestria incomparabile. Si danna perché non trova nessuna ragazza che impari l'arte. E sì che il lavoro non manca e si guadagna anche bene. Ma l'apprendistato è lungo, meglio bariste o commesse, che si guadagna subito anche se non si impara niente.
A cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta nelle grandi tipografie dei giornali avvenne un svolta epocale. Vi fu il passaggio dalla stampa a caldo a quella a freddo. Vale a dire dalla composizione col piombo si passò alla fotocomposizione. In quelle tipografie c'era un re assoluto,
il linotipista, che adoperava una grande macchina che prima componeva e poi fondeva le righe con i caratteri. Si arrivava a quella mansione dopo un tirocinio di almeno dieci anni. Di colpo, con l'avvento dei computer, non erano ancora i pc ma grandi aggeggi che occupavano stanzoni a temperatura e umidità costanti, quel mestiere spari. Mi ricordo sindacalisti che strappavano di forza dalle sedie incauti giornalisti che si erano azzardati a lavorare dietro i terminali. Su quelle sedie potevano sedersi soli gli ex-linotipisti ormai defraudati del mestiere e in piena crisi di identità professionale. Lotta di retroguardia persa in partenza che infatti durò il tempo di un mattino.
Per finire parlerò di un mestiere che quando ve lo dico rimarrete di stucco.
L'assaggiatore di merda. Avete capito bene, l'assaggiatore di merda. Succedeva questo quando ancora non esistevano le fognature, e non parlo del tempo dei Romani, ma dell'immediato dopoguerra, Quindi più o meno cinquant'anni fa. In questi paesi dell'entroterra ligure in famiglia la si faceva in qualche stanzino, la si conservava in un recipiente adatto e poi la si portava in campagna come concime. Le osterie invece avevano una latrina dove confluivano tutti gli escrementi dei clienti. E che? Si buttava tutto questo ben di dio? Ma neanche per sogno. Lo si vendeva. Bel commercio quello. E quindi quando arrivava il compratore intingeva l'indice dentro la merce e poi se lo metteva in bocca per assaggiarla, puah. Faceva questa disgustosa operazione per controllare che i gli osti furbacchioni non avessero annacquato il tutto, aumentando così il volume del prodotto. Mi ha raccontato per filo e per segno tutta la procedura il mio amico d'infanzia Bruno Piombo, orefice a Ventimiglia, che nell'osteria a Isolabona che ha lo stesso nome, adesso diventata bar e ristorante, è nato e cresciuto. E la cosa mi è stata confermata da altre fonti.
Le foto che vedete le ho scattate alla quinta edizione
Antichi mestieri (2005), manifestazione che si tiene ogni anno nel periodo di Natale a Isolabona (IM).
In alto una ricamatrice, qui sotto la ricostruzione di una scuola d'altri tempi.
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