Pagine

lunedì 10 novembre 2008

Le mie terre di mezzo

realdo
Realdo

Ieri sono andato fuori dal mondo. Fra le mie montagne incantate e i folletti dei boschi che abitano ancora queste terre di mezzo della Liguria estrema, estrema a occidente e a mezzanotte. L'essere in mezzo non è una questione geografica, forse anche un po' questo, ma è soprattutto un luogo dello spirito evanescente, dell'essere sospesi, e non sai bene nemmeno tu fra chi e che cosa.

Ma visto che le terre sono sospese e appese ti trovi a casa tua. Ho risentito il fremito delle gocce grondanti dal cielo indecise se donarsi all'Adriatico o al Ligure di mare, ché queste creste di montagne spartiscono l'acqua di qua e di là dell'Italia. E mentre cade e fa il corso suo tu la guardi e fluttui in queste nebbie che una volta diradate forse ti faranno vedere il cammino. Che queste terre rimangano incontaminate. E che i turisti se ne rimangano tranquilli pasciuti e inebetiti sotto gli ombrelloni di una spiaggia finta nello skyline artefatto dei cementificatori. Della vera Liguria ci rimane ormai solo questo, e ce la teniamo stretta.

gerbonte
saccarello

Grazie Miki per i fantastici sugeli che ci hai fatto. Una volta o l'altra parlerò della cucina "bianca" di queste terre.

sugeli
dalla casa della cugina miki

46 commenti:

  1. Che bel paesino. Stupendo.

    RispondiElimina
  2. Se non ricordo male qui hanno girato qualche scena di Harry Potter.

    RispondiElimina
  3. aridellago10/11/08 12:09

    Realdo e Verdeggia erano fra le mete preferite di mia madre, appassionata micologa ed esperta conoscitrice di erbe, fra l'altro, camminatrice che troppo presto ha dovuto abbandonare il suo cammino, grazie alla quale anche noi abbiamo percorso quegli itinerari e conosciuto bene quei paesi di cui spesso ci parli con altrettanta passione.
    Malinconia..ma grazie!
    adriana

    RispondiElimina
  4. Mi mancano sia realdo che verdeggia (è quella nella foto?).
    Devo rimediare assolutamente!

    RispondiElimina
  5. Ricordo una domenica di gennaio che da Triora siamo partiti per andare a Realdo a cantare una canzone in dialetto che nel testo dice qualcosa del tipo: "andava in vacanza a Realdo..." (non ricordo bene!): un freddo barbino... nessuno in giro... e noi a cantare a squarciagola con la chitarra...!!!

    RispondiElimina
  6. a verdeggia ci andavo in colonia con le suore, in quella villetta che ora è un ristorante...andavamo con una signora Iolanda sul saccarello e tutti i giorni da realdo e verdeggia a piedi con sosta ai carmeli...

    RispondiElimina
  7. Belle sia le foto sia quanto hai scritto. Voglio anch'io sperare che in questo mondo sempre più piccolo e cementificato che rimanga qualche angolino incontaminato dove poter ritrovare se stessi ed i ritmi della natura e delle stagioni.

    RispondiElimina
  8. Ah ecco svelate "le tue terre di mezzo"...
    Bellissime :)

    RispondiElimina
  9. Che nostalgia quasi fisica di "quella" liguria, a realdo e verdeggia , e su al colle della Melosa, stavamo le estati lunghissime durante il liceo...
    Belle le foto dal treno, e il tuo blog...Proprio ieri me ne parlava Marco cassini

    letizia

    RispondiElimina
  10. Ma quanto e' bella la nostra terra?
    IL sasso ardente, l'argilla pulita.............
    Ciao

    RispondiElimina
  11. nadiaflavio10/11/08 17:47

    Scusa mi sono scordato di firmarmi.
    Ciao Alberto

    RispondiElimina
  12. che bel posto
    è vero ha un non so che di fiabesco

    RispondiElimina
  13. duhangst
    E non è l'unico nei paraggi-

    maghella
    Sì, hanno girato delle scene, ma possiamo lasciar perdere?

    aridellago
    Malinconia? Ognuno ha le sue cose dentro.

    titus
    E' Realdo quello della foto.

    pignasca
    Avrei proprio voluto vedervi.

    cleofa
    Proprio ai Carmeli abitano quelli che io ho definito i folletti dei boschi. Edoardo e Attilio, due fratelli. Ci sarebbe da scrivere una storia su di loro.

    giulio
    Proprio così, un angolino incontaminato.

    gaz
    Visto? Me esserci davvero è ben altra cosa dalla misera descrizione che ho fatto.

    letizia
    Sì che mi ricordo di te a Sanremo, poi ti rispondo alla mail che mi hai mandato.

    nadiaflavio
    Questa è la profonda Liguria, che a Genova tanti non sanno cosa sia.
    Perché non mettete l'url al vostro blog?

    zefirina
    Sì, proprio come una fiaba. Le nebbie, i folletti, la montagna incantata...

    RispondiElimina
  14. Comunicazione di servizio
    Oggi ho incontrato la gturs.
    Mi ha detto che ha il pc impallato. E se non scrive in questi giorni è solo per questo. Lo dico perché abbiamo lettori in comune.

    RispondiElimina
  15. Il Genius Loci che abita questi luoghi incastonati come gemme tra balze ripide, esposte al sole e anfratti umidi e scuri, nascosti nel seno della terra, pare abbia deciso di mostrarsi e svelare solo a te per qualche istante, la sua austera , misteriosa bellezza a cui non tutti possono accedere.
    Nella tua voce un timbro nuovo, ispirato,che risveglia vibrazioni e immagini dimenticate e che restituisce il senso di identità e appartenenza a queste terre in chi, come me,ha radici anche qui.
    Particolare emozione, come qualcosa di fisico, mi ha suscitato la foto della finestra con vista sui tetti
    di ardesia.Ho una predilezione per questo tipo di inquadratura.
    Grazie Alberto.

    RispondiElimina
  16. Parole appassionate, come le fotografie. L'ultima sembra un dipinto di Tino Aime. Realdo e Verdeggia: Miki, Alberto, Silla (quello di 65 anni fa)...

    RispondiElimina
  17. Uno spettacolo.

    RispondiElimina
  18. Quando vedo foto come queste mi pare di sentire il cuore allargarsi, di sentirlo respirare meglio... non so come dire. Mi viene in mente, per certi versi, la Provenza di Jean Giono (chi ha visto il film "L’ussaro sul tetto", o chi ha letto il libro, può capire cosa intendo). Dalle Alpi Marittime all'Appennino Ligure (compresa la sua parte alessandrina) ci sono posti così, che vanno preservati dagli scempi. Trascrivo un brano di Giono, dalla prefazione che scrisse, nel 1967, per il libro di Raymond Collier Monumenti e arte dell’Alta Provenza. Utile rifelssione ancora oggi:
    «È un paesaggio nel quale si è felici perché la gamma dei colori è accordata in modo tenero e af-fettuoso, perché le linee organizzano un’architettura armoniosa che è piacevole abitare. È il più ammi-revole dei pittoreschi. Può estendersi su tutta la superficie di un territorio. Non è più relegato in un luo-go preciso, aldilà dei cui confini la banalità imperversa, ma ricopre vaste distese, organizzandosi così bene nella diversità da far sì che tutti gli orizzonti propongano variazioni infinite della gioia di vivere. Le pianure si mescolano alle colline, le colline alle montagne, le vallate ai valloni, i fiumi ai mari, i prati alle foreste, i coltivi alle paludi, le lande e i maggesi ai deserti. È, con ogni evidenza, il pittoresco più efficace (sul piano dei soldi, beninteso, visto che è quello che tocca maggiormente le persone, quello su cui si giudicherà se siamo “moderni” o se non siamo che vecchi “rimbambiti” retrogradi; e soprattutto perché è solo se parliamo di soldi che ci ascolteranno e che avremo forse una possibilità di salvare ciò che deve essere salvato). Il più efficace sul piano dei soldi, perché è un intero territorio, grazie alla sua qualità, che attira e trattiene. Non ha che da lasciarsi vivere. Se è abbastanza intelligente da mantenere intatto il pro-prio patrimonio di bellezza. Poiché questa bellezza è appesa a un filo. Nulla di più facile da distruggere di un’armonia: basta una sola nota falsa. Mi è toccato, qualche anno fa, discutere per mesi con un sinda-co più stupido degli altri per cercare di fargli capire che una prateria (che si vedeva dalle porte della sua cittadina), nella quale bramava di impiantare non so che silos o cooperativa, aveva un colore verde ben più importante, sul piano locale, del silos o cooperativa. Era l’evidenza stessa: gli orizzonti alpini, le col-line coperte di roveri bianche, lo srotolarsi di un altopiano coperto di mandorli che circondavano quel piccolo borgo amato dai turisti di passaggio assumevano il proprio valore e la loro qualità solo in rap-porto all’ammirevole chiazza verde della prateria. Qualsiasi cosa si facesse a quel verde, abolirlo o sem-plicemente ridurlo, voleva dire distruggere tutto. Il sindaco summenzionato mi diede del poeta, cosa che in certi imbecilli è segno del più amichevole e condiscendente disprezzo. “Impiantò” il suo silos o la sua cooperativa con gli applausi di tutti quanti. Un anno dopo, avevano cambiato tutti atteggiamento, ed in particolare gli albergatori della zona. “La gente non si ferma più” dicevano, “passa, getta un’occhiata e se ne va”. Il problema è che uno non ci tiene ad avere un silos o una cooperativa sotto gli occhi. Il pro-blema è che queste costruzioni, del resto moderne, non contribuiscono alla gioia di vivere. Succedeva cinque anni fa. Oggi non c’è più un solo albergo nella cittadina di cui parlo. Ma, beninteso, non uno di quei poveracci vorrà credere ai pregi del semplice verde della prateria.»

    RispondiElimina
  19. Davvero delle belle foto di un posto splendido.
    ciao

    RispondiElimina
  20. ps. ok le foto... belle, non c'è che dire, ma su questo non avevamo dubbi....
    Ma visto che sono le 13.30, ce la dai una spiegazione ulteriore sui "sugeli"? a Pigna non si fanno....
    Grazie!

    RispondiElimina
  21. filo
    Sì, quando vado tra queste terre, ho sensazioni che non provo da nessun'altra parte, e scrivo di conseguenza.

    silla
    Silla, quello di 65 anni fa, combatteva, come i suoi compagni, per un mondo migliore. C'è la lapide a Realdo dove si stampava il "Garibaldino".

    moreno
    Vacci a fare un giro, che sei della zona.

    c.e.g.
    Grazie, come sempre, per le cose che dici.

    sub
    Come ho già detto, dal vivo è tutt'altra cosa.

    pignasca
    Quando ci incontriamo, che ogni tanto ci incontriamo, te lo dico. Però, anche tu, non sapere cosa sono i sugeli.

    RispondiElimina
  22. alcuni paesi dell'entroterra si mimetizzano armoniosamente nel suggestivo paesaggio naturale

    RispondiElimina
  23. sandro oddo12/11/08 11:01

    Caro Alberto,
    grazie per le foto che ho potuto vedere solo oggi (avevo il computer dal meccanico...).
    Oltre Realdo, è molto bello anche il carmo di Gerbonte e le foto della prima neve.
    I sugeli danno anche il titolo di un libro della Pro Triora, sugeli e bugaeli, scritto anni fa, con la vera ricetta dei sugeli alla realdese...
    A proposito, vanno mangiati con il bruzzo e le patate tagliate a fette...
    In questi giorni ho mangiato i ciapazoi, altro piatto della zona (Creppo).
    Concordo sui posti meravigliosi, anche se li apprezzo meno perchè vi sono nato (Triora).

    RispondiElimina
  24. @ Alberto: e che ci vuoi fare? ognuno ha le sue pecche!
    @ Sandro: se vanno mangiati con il brusso, allora mi piacciono senz'altro!!

    ps. scusate il tema "mangereccio" ma a quest'ora.......

    RispondiElimina
  25. aridellago13/11/08 10:51

    Io i sugeli so che cosa sono, ma credo di non averli mai mangiati: però credo di conoscere i bugaeli, perchè mia nonna, quand'ero molto piccola, faceva quelli che lei chiamava bugarelli.
    Devono essere la stessa cosa..
    ( Era la mia nonna materna, quella che si chiamava Cane, era nata a Pietrabruna, ed ha fatto la maestra per quarantacinque anni. )
    Se qualcuno me li descrive, li riconoscerò. Grazie.

    RispondiElimina
  26. sandro oddo13/11/08 20:04

    Rispondo ad Arridellago: i bügaeli sono piccoli grumi di farina di castagne mescolata con farina bianca ed acqua (250 gr/250gr). Si fanno bollire in acqua salata per dieci minuti; di scola e si mangiano con latte ben caldo.
    Saluti!

    RispondiElimina
  27. aridellago14/11/08 17:45

    Grazie a Sandro Oddo che mi ha illustrato i bugarelli: non credevo, almeno non ricordo, che i "miei" fossero fatti anche con la farina di castagne, ma solo con quella bianca, e poi mi sembra che si bollissero nel brodo, come una minestrina.
    Potrei ricordare male, però!
    Resta il fatto che sono comunque parenti stretti, e ringrazio ancora tanto Sandro O.

    RispondiElimina
  28. Vedo solo oggi, 14 novembre, "Le tue terre di mezzo" e vedo, con piacere che ti hanno ispirato oltre che nelle immagini anche nelle parole che, unite, originano una toccante simbiosi.
    Se mi permetti, i sugeli, appesantiscono un po'.
    P.S. Molti originari, ahimé non si può più dire indigeni perché sono solo una decina, hanno scritto, ispirati dagli stessi luoghi, ricordo Erminio e Antò der Arma, chiedendo scusa agli altri.

    RispondiElimina
  29. sandro oddo15/11/08 10:02

    Ha ragione Arridellago: bugaeli si possono anche mettere nel brodo. Però sono un'altra cosa. A me piace comunque aggiungere del sale, altrimenti sono troppo dolci.
    Per preparare i sugeli, invece, si impastano 35o grammi di farina con due cucchiaiate d'olio ed acqua tiepida, sino ad ottenere un impasto compatto ma morbido. Farne dei pezzi, che dovranno essere tirati a strisce come quelle degli gnocchi. Tagliare le strisce a tocchetti e schiacciarli con il pollice tanto da renderli sottili e con un piccolo bordo. (U corpu de diu - minuscolo!)
    I sugeli si cuocioni in abbondante acqua salata. Dopo un quarto d'ora aggiungere 4 patate tagliate a fette dello spessore di mezzo centimetro. Non appena le patate sono cotte, scolare e condire con il sugo, aggiungendo abbondante formaggio pecorino.
    Ecco come si prepara il sugo: tritare due spicchi d'aglio, farli imbiondire con 25 grammi di burro e due cucchiai d'olio; aggiungere bruzzu e lasciarlo ben sciogliere. Unire mezzo bicchiere di latte, sale e poco pepe. Far cuocere a fuoco lento per dieci minuti.
    In alternativa va bene anche il sugo di pomodoro, ma è un'altra cosa...
    Buon appetito a tutti!

    RispondiElimina
  30. aridellago15/11/08 17:34

    Un altro ringraziamento sentito a Sandro Oddo: amo la cucina bianca, non cucino più volentieri, e dovrei quasi "non mangiare": ma questa ricetta mi fa gola!
    Spero di assagggiare i sugeli, ma preparati da altri..pigrizia!
    Ed ora, ciao, sennò Alberto mi caccia!

    RispondiElimina
  31. Forse i bügaeli sono quelli che noi chiamiamo i menieti.

    RispondiElimina
  32. (Rêaud in brigasco)
    Percorrendo la valle Argentina, passato il villaggio di Creppo e lasciata alle spalle la caratteristica Arma Pisciusa, ci si inoltra, per una strada scavata nella roccia, in un ambiente del tutto nuovo, con strapiombi, cavità naturali, massi erratici: su di un precipizio, quasi come “un nido d’aquila”, appare Realdo, un gruppuscolo di case che domina l'alta valle.
    C'è chi ritiene che il paese sia stato edificato alcuni secoli or sono da un gruppo di pastori brlgaschi, allontanatisi dal capoluogo a causa di un'epidemia pestilenzìale; altri argomentano che lo stato sabaudo abbia voluto fronteggiare con un efficace avamposto la podesteria genovese di Triora. L'antico nome del paese, "Ca' da Roca", farebbe propendere per questa seconda ipotesi.
    I Realdesi, come anche i Verdeggesi, si differenziano dai Trioresi e dagli abitanti della valle soprattutto per l’idioma, il “ brigasco”, che affonda le sue radici nella lingua e nella cultura occitana. Le comunità di Realdo e di Verdeggia sono state recentemente riconosciute dalla Legge nazionale 482/99 “ minoranza linguistica storica, variante dell’occitano”.
    Nei pressi del paese esiste una grotta sepolcrale “ La Graa de Marmu” dove sono stati recuperati reperti che risalgono all’ epoca compresa fra la fase finale dell’Eneolitico e la prima età del bronzo.
    da Realdo su: vastera.it

    Mi piace riportare quanto sopra anche per le mie origini.
    Realdo ha mantenuto intatto il fascino delle cose passate, che passate non sono. L'atmosfera che vi si respira è quella della VERA VITA a misura d'uomo. Quante memorie racchiudono le pietre, le ardesie, i vicoletti, i poggioli, le piazzette, le ex locande testimonianze immobili di un popolo che ciò ha lasciato.
    Fortuna che la speculazione edilizia non ha attecchito, anche perchè oggi ttti cercano "le comodità".
    Alberto hai veramente risvegliato l'aspetto vero del vero modo di vivere.
    Grazie

    RispondiElimina
  33. giovanni
    Tutto bene quello che dici meno questo
    "che affonda le sue radici nella lingua e nella cultura occitana"

    Prova a mettere nel motore di ricerca del blog la parola "occitani" e a leggere i post e gli innumerevoli commenti. Poi mi saprai dire.

    RispondiElimina
  34. Alberto ho visitato "Occitani", effettivamnte in merito alla lingua cito da Wikipedia:
    perplessità sorgono per alcune località montane prossime al Monte Saccarello (comune di Briga Alta e Ormea in provincia di Cuneo e comuni di Triora e Olivetta San Michele in provincia di Imperia), per le quali alcuni movimenti autonomisti hanno postulato l'esistenza di una specifica lingua brigasca. La maggior parte dei linguisti ritiene che le parlate di queste comunità alpine appartengano piuttosto al gruppo dei dialetti di lingua ligure di zona alpina.
    Direi che Vastera.it da informazioni non proprio corrette!!

    RispondiElimina
  35. sandro oddo18/11/08 09:42

    Hai ragione, Alberto, in un certo senso. I meinetti, möiötti, meietti sono parenti stretti dei bügaéli.
    La ricetta triorese, antica, riporta: versare in acqua tiepida e latte, in parti uguali, della farina d'orzo, mescolando fino a cottura completa. Di trattava comunque di grumi di farina.
    Per quanto riguarda i realdesi occitani sarebbe bene leggere il libro di Fiorenzo Toso, appena uscito, dal titolo "Le minoranze linguistiche in Italia", edito da Il Mulino.

    RispondiElimina
  36. Sandro QUI una scheda del libro. E anche l'articolo pubblicato recentemente su Intemelion, "Il brigasco e l’olivettese tra classificazione scientifica e manipolazioni politico-amministrative".

    RispondiElimina
  37. Fiorenzo Toso18/11/08 20:11

    Beh, grazie per la segnalazione dei miei ultimi interventi. L'importante è che la discussione su questo tema non si fermi e che il patrimonio di riflessioni ad essa connesso non vada perduto: la questione non è affatto risolta, nel senso che nessuno (politici, associazioni "militanti", pseudo-esperti ecc.) è ancora riuscito a spiegare i motivi dello strano fenomeno per il quale un dialetto ligure è diventato occitano. Come sappiamo (e come è stato di recente evidenziato da un articolo sulla "Stampa") la cosa interessa (e molto) anche il pubblico, non si tratta di mere diatribe scientifiche (anche perché dal punto di vista scientifico c'è chiarezza totale e unanimità sulla posizione del brigasco e dell'olivettese), ma di ottenere risposte precise su argomenti che riguardano, tra l'altro, la gestione del patrimonio culturale, l'etica dei rapporti tra politici e cittadini, la manipolazione del senso collettivo di appartenenza e altre cosette non del tutto accademiche. Un cordiale saluto a tutti!

    RispondiElimina
  38. A proposito (anche se O.T.) nessuna novità in merito alla presunta Occitanità di alcuni paesi...? Dalla provincia nessuna risposta?

    ps. Alberto, quando ho letto la ricetta dei bügaeli anch'io ho pensato ai "murigneti"....

    RispondiElimina
  39. fiorenzo toso19/11/08 15:47

    Dalla Provincia no, figurarsi. Al convegno torinese dello scorso febbraio io non ho potuto andare di persona, ma la mia comunicazione sull'argomento fu letta ugualmente. Mi dicono che c'erano un paio di personaggi folkloristici che avevano da ridire sul fatto che un linguista parlasse di linguistica, ma se ho ben capito non hanno otternuto molto successo tra il pubblico e i relatori. Poi è uscito un articolo spassosissimo sulla rivista "A Vastera" di Franco Bronzato, che cercava di dimostrare il carattere occitano del brigasco ottenendo risultati alquanto deplorevoli dal suo punto di vista. Ho fatto alcune osservazioni in merito nell'articolo apparso in "Intemelion", e altre più approfondite usciranno negli atti del convegno stesso: normalmente non si dà peso a questo tipo di interventi, ma ho voluto commentare l'articolo apparso su "A Vastera" come esempio significativo di letteratura "militante". Mi è capitato di parlare di questa faccenda del fantaoccitano non solo nel libro che ho pubblicato di recente, ma anche in un articolo a carattere più generale sulle disfunzioni della legislazione italiana in materia di minoranze, che sta per uscire sulla rivista "Ladinia", organo della minoranza ladina (segno evidente che alle minoranze vere non piacciono quelle fasulle). Che altro poi? E' uscito un "Glossario etimologico comparato" delle Alpi Liguri a cura di Pierleone Massajoli (che recensirò in sede opportuna), in base al quale mi sono divertito a fare un minimo di riscontro sulla componente lessicale di origine "occitana" presente in brigasco in modo esclusivo rispetto ad altri dialetti dell'area ligure e piemontese: meno del 5%, che è più o meno la percentuale di "occitanismi" esclusivi presenti in ventimigliese (e non per questo, spero, il ventimigliese è "occitano"!) o, che so io, dei sardismi presenti in tabarchino (ma non per questo il tabarchino è sardo!). Siccome abbiamo già ampiamente dimostrato che la fonetica, la morfologia e la sintassi del brigasco non sono "occitane", il fatto che manco il lessico lo sia (e comunque il lessico non riveste particolare importanza da questo punto di vista), l'antico quesito ritorna: perché si cerca di far passare per occitano un dialetto che occitano non è? Un cordiale saluto, FT

    RispondiElimina
  40. Che bello tovare qualcuno che parli delle alte valli. Ormai la Liguria sembra esistere soltanto nella stretta fascia della costa, dove vive (statistiche alla mano) più del 90% della popolazione. Invece, come diceva Francesco Biamonti, la vera Liguria comincia a 2 - 3 km dal mare, una volta abbandonati i casermoni del litorale. Complimenti

    RispondiElimina
  41. Tra l'altro - mia impressione - ho maturato il sospetto che il ligure ponentino sia fondamentalmente un montanaro.
    Andato sul porto di Sanremo. Non troverete un pescatore professionista di famiglia sanremasca o ponentina (tutti siciliani o dell'area di molfetta).
    I sanremaschi coltivavano gli orti. Il professor Toso puo' confermare o meno se questa caratteristica e' pure dei sardi (a me risulta che i sardi non sono grandi marinai, ma la pesca l'hanno importata altre popolazioni). Certo ormai le "etnie" vanno dislocandosi: per cui puo' esserci pure un marinaio professionista di Castelvittorio o di Monesi vecchia.....
    Ancora per Toso: sto seguendo la polemica sulla "vastera", per quel che ci capisco.
    Come vede, non sono uno della redazione: solo un'iscritto al giornale.
    cordiali saluti da Gianni l'"occitano".

    RispondiElimina
  42. letto di nuovo, tutto di un fiato.
    anche i commenti.
    sempre bello.
    non sapevo di questa falsa occitanità.
    grazie.
    saluti

    RispondiElimina
  43. asia rossa10/4/13 12:48

    che dire...... posti selvaggi incontaminati che liberano la fantasia io amo la natura il silenzio che c'è di meglio ?????

    RispondiElimina
  44. Che vista da quella finestrella. Ora che son quasi vecchia, mi sto ri-innamorando della quiete della montagna: con mio marito abbiamo da poco acquistato un fienile semidiroccato che speriamo di iniziare a recuperare la prossima primavera. Ogni domenica , quasi, andiamo a sedere su quel prato e ci guardiamo intorno: atmosfere come quelle che descrivi tu e non verrei più via. Peccato non avere una seconda vita...ma mi accontento.

    RispondiElimina
  45. Cristina Bacci25/11/14 18:00

    Belle immagini e bellissimo posto!

    RispondiElimina
  46. tu pensa che l'unica volta che sono andata in Liguria al mare sono finita con lo scappare proprio in Valle Argentina: Realdo e Triora, da strega dove potevo finire?

    RispondiElimina