"Ma voi che ne sapete dell'amore,"
diceva sospirando il nostro Max
quando il discorso cadeva sul tema
della passione che il mondo consuma:
era quello il segnale che noi tutti
aspettavamo per prendere coraggio
e chiedergli di raccontare ancora
della cotogna venuta da Istanbul,
una gran storia d'amore e di morte
che si giocò tra Vienna e Sarajevo
quando ebbe fine al centro dei Balcani
.quella cosa che noi chiamammo guerra
e invece fu un imbroglio sanguinoso.
E visto che quella era la “sua” storia
.e gli toccava parlare di sé,
Max cominciava prendendosi in giro,
forse per non creare aspettative
o magari spezzare l'incantesimo,
oppure per combattere, chissà,
la nostalgia che gli andava nel cuore.
E a quelli che alla fine gli chiedevano
.con gli occhi lustri per la commozione,
dopo un'ora o anche due di ascolto,
per che motivo non l'avesse scritta
quella storia che ci mangiava l'anima,
rispondeva così: “Perché narrarla
.
ad alta voce è molto bello.
Scrivere è cosa fredda, senza cuore,
un miserabile atto di notai,
il che va detto,” spiegava, “con tutto
.il rispetto per la categoria”.
S'infervorava sovente e diceva
“Non va letta da soli questa storia,
ma raccontata accanto a un fuoco acceso,
ad amici, bambini o forestieri;
è un mondo perduto pieno di voci
.
che il vento freddo si è portato via,
ma al quale voi potreste ridar vita
col suono rotondo delle parole,
passando il racconto di bocca in bocca
come nelle ballate di una volta”.
[…]
Invece di inforcare gli occhiali
- il vetro rigato delle sue lenti
avrebbe messo come secoli tra i due -,
ne fece a meno per togliere di mezzo
ogni barriera tra sé e quella donna
.
e lasciare l'aria di cristallo
a far da telescopio tra di loro.
Così scoprì, dal suo modo speciale
di sfiorare gli oggetti sulla tavola,
una combinazione sconosciuta
di sensualità e autocontrollo,
di forza contenuta e timidezza,
fierezza femminile e devozione,
abbinamenti impossibili in Austria,
paese che, ahimè, considerava
troppo inibito e pieno di complessi
per esprimere femmine speciali.
[…]
Altenberg ascoltava affascinato
e mentre lei macinava il caffè
intuì nel suo viso il portamento
.
dei cavalieri erranti di Sarmatia,
vide le sopracciglia degli armeni
ma ben distanziate rispetto al naso;
e quando Maša arrivò fin da lui,
per porgergli la tazza e la zolletta
emanò dalle scapole un profumo
così buono che Max si rese conto
di essere perduto, e che resistere
era insensato, e lui che era un vecchio
pesce di mare, improvvisamente
sentì il richiamo forte del salmone
verso le freddi sorgenti natie.
Quando uscì, in silenzio la farina
stava cadendo lenta, turbinava
sopra i tetti sfondati dalla guerra,
sulle tombe, la fabbrica di birra
ed i sui pini schierati sul pendio
in alto verso la linea del fronte,
e quando lei salutò sulla porta
Max vide che in un attimo la neve
le aveva ingrigito i lunghi capelli;
in lei fiutò un impasto balcanico
fatto di sangue e miele, di polvere
e gelsomini, come le magnifiche
donne descritte dal conte Potocki
nei suoi lunghi viaggi in Asia Centrale
tra i secoli diciotto e diciannove.
Scendendo al fiume poi si rese conto
che Serajevo era precipitata
in un freddo di steppa siberiana
e gli unici passanti nelle strade
erano inquilini delle macerie
che erravano abbaiando nella notte
chiusi in branco per farsi compagnia.
[...]
Fu a quel punto che Max divenne certo
che un giorno lei gli sarebbe riapparsa,
chissà quando, ma per portarlo via,
sarebbe venuta da chissà dove,
Caucaso, Urali, o Patagonia,
sicuramente vestita di nero,
per guidarlo, passo lungo e sicuro
verso sud-est, oltre fiumi e montagne,
fino al gran passo della Linea d'Ombra.
Queste malinconie rimuginò,
e poco dopo a diecimila metri
aerei si incrociarono lasciando
code di volpe argentata nel cielo.
[…]
Gli era difficile quindi capire
come quel frutto sgraziato potesse
ispirare canzoni appassionate
e far guarire persino i malati.
Ma un amico, un giorno di gennaio,
lo condusse per una buia scala
nella sua cantina, gelida e piena
di ogni ben di Dio, e lì in un angolo
gli scoprì un cesto pieno fino all'orlo
di frutti brufolosi, giallo elettrico
dal folle profumo, da capogiro,
morbido, sensuale e algebrico insieme,
un misto di pera, pesca e limone:
una cosa che non era per nulla
preludio di un sapore, ma l'essenza,
anzi la quintessenza, dell'odore,
un sublimato quasi artificiale
simile a nessun altro; era un frutto
che conteneva in sé ancora il fiore,
una meraviglia che prometteva
il bel tempo nel cuore dell'inverno,
era sole, e al tempo stesso luna,
era un frutto capace di incarnare
entrambi gli astri della vita umana.
Così capì: era quello il segreto
nascosto nell'odore inconfondibile
di biancheria pulita nella pelle
di Maša la bella di Serajevo.
[…]
da
La cotogna di Istanbul