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Visualizzazione post con etichetta Poesia. Mostra tutti i post
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sabato 11 dicembre 2021

Le poesie non si vendono...

Milano, al mercatino AlterBej (l'alternativo agli Obej Obej)
Milano, agli AlterBej (l'alternativo agli Obej Obej).

Le poesie non si vendono, si regalano.

 


Questo è il quattrocentesimo post della Foto del sabato

mercoledì 26 maggio 2021

Bob Dylan, Franco Battiato, la poesia

Nei giorni passati erano in primissimo piano su tutti i media due cantanti. Bob Dylan, premio Nobel per la letteratura, che compiva ottant'anni e Franco Battiato che a 76 anni ci aveva lasciato.

Mi sono fatto una domanda che aveva già una risposta purtroppo scontata: sarebbe stato loro dedicato un uguale spazio se fossero stati poeti?
 
Che la poesia, intesa nel senso classico di sole parole in versi, sia ai margini è evidente. Ma potrebbe scomparire per lasciare il posto ad altre forme artistiche che oltre alle parole si avvalgano anche di altri mezzi espressivi?

sabato 1 maggio 2021

... come le brocche dei biancospini...

biancospino

Oh! Valentino vestito di nuovo,
come le brocche dei biancospini!
Solo, ai piedini provati dal rovo
porti la pelle de' tuoi piedini;
porti le scarpe che mamma ti fece,
che non mutasti mai da quel dì,
che non costarono un picciolo: in vece
costa il vestito che ti cucì.

Costa; ché mamma già tutto ci spese
quel tintinnante salvadanaio:
ora esso è vuoto; e cantò più d'un mese
per riempirlo, tutto il pollaio.
Pensa, a gennaio, che il fuoco del ciocco
non ti bastava, tremavi, ahimè!,
e le galline cantavano, Un cocco!
ecco ecco un cocco un cocco per te!

Poi, le galline chiocciarono, e venne
marzo, e tu, magro contadinello,
restasti a mezzo, così con le penne,
ma nudi i piedi, come un uccello:
come l'uccello venuto dal mare,
che tra il ciliegio salta, e non sa
ch'oltre il beccare, il cantare, l'amare,
ci sia qualch'altra felicità.

Giovanni Pascoli

biancospino

QUI tutte le foto del sabato (372 post)

giovedì 22 giugno 2017

Biglietto lasciato prima di non andar via

Ieri tra le tracce dell'esame di maturità c'era anche quella su Giorgio Caproni, uno tra i poeti che più amo. Tanto che, quando il 16 giugno 2007 cominciai a pubblicare le poesie del sabato, la prima fu quella che segue, una delle sue.


Biglietto
lasciato prima di non andar via
   Se non dovessi tornare,
sappiate che non sono mai
partito.
          Il mio viaggiare
è stato tutto un restare
qua, dove non fui mai.


Giorgio Caproni
Livorno 1912
Roma 1990


Giorgio Caproni

martedì 21 marzo 2017

Sono nata il ventuno a primavera

Sono nata il ventuno a primavera
ma non sapevo che nascere folle,
aprire le zolle
potesse scatenar tempesta.
Così Proserpina lieve
vede piovere sulle erbe,
sui grossi frumenti gentili
e piange sempre la sera.
Forse è la sua preghiera
Alda Merini


Di seguito la lettera che mi scrissero le figlie della poetessa

Buongiorno Alberto,
ci presentiamo, siamo Emanuela, Barbara, Flavia e Simonetta, le quattro figlie della poetessa recentemente scomparsa Alda Merini. I tristi rintocchi funebri delle campane del Duomo di Milano pesano ancora sui nostri cuori mentre ricordiamo quello che raccontava di noi:
«Ho avuto quattro figlie. Allevate poi da altre famiglie. Non so neppure come ho trovato il tempo per farle. Si chiamano Emanuela, Barbara, Flavia e Simonetta. A loro raccomando sempre di non dire che sono figlie della poetessa Alda Merini. Quella pazza. Rispondono che io sono la loro mamma e basta, che non si vergognano di me. Mi commuovono».

Nonostante le parole della nostra amatissima madre siamo onorate di comunicare che in sua memoria abbiamo fortemente voluto la realizzazione del sito internet www.aldamerini.it. Un’antologia in ricordo di Alda, un elogio all'«ape furibonda», alla sua figura di scrittrice e madre perché «Niente per una donna è più simile al paradiso di un figlio che le farà sognare l’amore per sempre…».

Saremmo grate se volesse pubblicare un articolo sul suo blog per diffondere il link del nuovo sito e per comunicare quello che per noi è un modo di dar voce a nostra madre, alla sua follia e alla sua dolcezza, per farla parlare ancora perché non venga dimenticata.

Grazie mille
Le figlie di Alda

lunedì 21 marzo 2016

Sono nata il 21 a primavera

di Alda Merini

Sono nata il ventuno a primavera
ma non sapevo che nascere folle,
aprire le zolle
potesse scatenar tempesta.
Così Proserpina lieve
vede piovere sulle erbe,
sui grossi frumenti gentili
e piange sempre la sera.
Forse è la sua preghiera.



«Ho avuto quattro figlie. Allevate poi da altre famiglie. Non so neppure come ho trovato il tempo per farle. Si chiamano Emanuela, Barbara, Flavia e Simonetta. A loro raccomando sempre di non dire che sono figlie della poetessa Alda Merini. Quella pazza. Rispondono che io sono la loro mamma e basta, che non si vergognano di me. Mi commuovono».
Dalla mail che mi mandarono sei anni fa le quattro figlie, Emanuela, Barbara, Flavia e Simonetta.

Oggi la poetessa avrebbe compiuto 85 anni.


mercoledì 11 novembre 2015

Giuseppe Conte - Poesie, 1983-2015

giuseppe conte



Fresco di stampa
giuseppe conte






Giuseppe Conte



Poesie
1983-2015



Mondadori














Un autunno come quello

Dammi un autunno come quello
degli alberi cedui, mia vita.
Il tremolio glorioso e tintinnante
di una luce superstite e infinita,
di esistere ancora la voglia,
il sogno di essere il sole che fa ogni foglia
prima della caduta.



IX

C’è una dolcezza giù nella vita
che non cambierei con niente

di ciò che appartiene al cielo.
È quando chissà da che, perché cominciano

fra due bocche estranee sino ad allora
i miracoli tiepidi d’aurora

dei baci.



XIV

Sono qui seduto su un tappeto
di foglie e fiori di primavera,

e il mio silenzio è una preghiera
ed ho con me la coppa e il vino.

Se la mia Amata fosse vicino
se la sua bocca lucente fosse qui.

Il profumo dei suoi baci
è più dolce del gelsomino.

Dicono che sono saggio perché
conosco tutte le parole di Dio

e so che il suo volto non si vede
ma a tutti i roseti concede

la sua porpora e il suo fuoco.
Ma io sono saggio perché bevo, gioco

canto mentre il tempo ci rapina.
Quante rose si apriranno stamattina

e quante ne cadranno domani
o sotto le raffiche degli uragani

avvizziranno. Il tempo ci affratella
noi che ci muoviamo sotto lo stesso cielo.

Non è la stessa per noi tutti quella
luna che sembra una melagrana

staccata lentamente dal suo ramo?
Ma io sono saggio perché amo.





sabato 18 maggio 2013

Avena fatua

avena selvatica, avena fatua

Avena selvatica, avena fatua (Avena fatua L.)
Nel mio dialetto ligure avenässu, e le spighette spigheiöre




Rugiada

Ho attraversato i continenti
per vedere il più alto dei monti.

Ho speso una fortuna
per navigare sui sette mari

e non avevo avuto il tempo di notare
a due passi dalla porta di casa
una goccia di rugiada su un filo d'erba.

Rabindranath Tagore
রবীন্দ্রনাথ ঠাকুর, रवीन्द्रनाथ ठाकुर



Un grazie all'amica Filo che ha abbinato questa poesia all'immagine.

Tutte le foto del sabato

lunedì 28 gennaio 2013

Uno sfregio alla Merini

Alda Merini

È la seconda volta che succede. Che il ritratto della poetessa sul muro della sua casa, Casa Alda Merini in via Magolfa qui a Milano, venga sfregiato. Ora ditemi cosa bisognerebbe fare a questi qui.

Alda Merini
Foto scattate ieri pomeriggio

sabato 31 marzo 2012

Flavio Cassini

Stilla

È caduta una goccia
da un tenero filo verde
felice di sole, felice di nulla,
fulgida perla, tremante fra mille.
È caduta di gioia
a donare la vita a un fiore.




Pioggia di primavera

Poche nubi leggere
e neppure t'accorgi
che una minuta pioggia
indifferente cade.
Come un sorriso
l'accoglie la terra
di erba tremula e nuova
con fiori in sboccio
già in odore.
Gioisce il mandorlo
che di germogli ricco,
si pasce alle vive perle
fuggevoli nel pianto.
Vola furtivo un passero
canta timido il fringuello.
E continua la pioggia
propizia, devota,
per dare vita nuova
alla prospera terra.


Flavio Cassini
Isolabona (IM) 1939
Castiglione delle Stiviere (MN) 1994


Fummo amici, anche se di età diverse, Flavio ed io. Ci univa l'interesse per la poesia e la pittura. Ad un tratto la vita gli si incrinò di follia che qualche volta sconfinava in raptus violenti. E in uno di questi momenti di inferno inenarrabile uccise la madre. Fu rinchiuso nel manicomio criminale di Reggio Emilia e poi in quello di Castiglione delle Stiviere, dove nel 1994 si suicidò. Queste poesie le ho tratte da un suo libro stampato nel marzo del 1973.

Sotto un suo quadro. Ringrazio Claudio Martini che gentilmente me lo ha fatto riprodurre.



sabato 4 febbraio 2012

Antonia Pozzi

Fra poco, il 13 febbraio, sarà il centenario della sua nascita. Venuta al mondo nel 1912 in una famiglia alto borghese, Antonia Pozzi ebbe vita breve, conclusasi col suicidio a soli 26 anni, senza aver pubblicato una riga dei suoi scritti. Fu anche fotografa, e per questo ieri, qui a Milano al teatro Franco Parenti, si è aperta una mostra dei suoi scatti che durerà fino 19 febbraio. Fa parte, questa mostra, della rassegna "Buon compleanno Antonia!", dal 14 febbraio poi la Pozzi verrà raccontata nello spettacolo L'infinita speranza di un ritorno e il 18 verrà proiettato il documentario di Marina Spada Poesia che mi guardi. Il 19, infine, visita guidata alla villa di Pasturo, ai piedi delle Grigne, che conserva intatto il suo studio.

Il sito


antonia pozzi





Desiderio di cose leggere

Giuncheto lieve biondo
come un campo di spighe
presso il lago celeste

e le case di un’isola lontana
color di vela
pronte a salpare –

Desiderio di cose leggere
nel cuore che pesa
come pietra
dentro una barca –

Ma giungerà una sera
a queste rive
l’anima liberata:
senza piegare i giunchi
senza muovere l’acqua o l’aria
salperà – con le case
dell’isola lontana,
per un’alta scogliera
di stelle –

1° febbraio 1934




Bellezza

Ti do me stessa,
le mie notti insonni,
i lunghi sorsi
di cielo e stelle – bevuti
sulle montagne,
la brezza dei mari percorsi
verso albe remote.

Ti do me stessa,
il sole vergine dei miei mattini
su favolose rive
tra superstiti colonne
e ulivi e spighe.

Ti do me stessa,
i meriggi
sul ciglio delle cascate,
i tramonti
ai piedi delle statue, sulle colline,
fra tronchi di cipressi animati
di nidi –

E tu accogli la mia meraviglia
di creatura,
il mio tremito di stelo
vivo nel cerchio
degli orizzonti,
piegato al vento
limpido – della bellezza:
e tu lascia ch’io guardi questi occhi
che Dio ti ha dati,
così densi di cielo –
profondi come secoli di luce
inabissati al di là
delle vette –

4 dicembre 1934


Antonia Pozzi
Milano, 13 febbraio 1912
Milano, 3 dicembre 1938


sabato 14 gennaio 2012

Pierluigi Cappello

Piove

Piove, e se piovesse per sempre
sarebbe questa tua carezza lunga
che si ferma sul petto, le tempie;
eccoci, luccicante sorella,
nel cerchio del tempo buono, nell'ora
indovinata
stiamo noi, due sguardi versati in un corpo,
uno stare senza dimora
che ci fa intangibili, sottili come un sentiero
di matita
da me a te né dopo né dove, amore,
nello scorrere
quando mi dici guardami bene, guarda:
l'albero è capovolto, la radice è nell’aria.




Mattino

Ho un acero, fuori casa, e tutto è lontano qualche volta
tutto passa nelle cose senza contorno
ho un acero misterioso come una città sommersa
e guardare diventa le sue foglie, l’ombra premuta
metà sulla strada metà nel giardino
la luce di ciascun giorno
dove le voci si appuntano e si disperdono.
Siamo l’acqua versata sulle pietre dei morti
sul filo teso tra la preghiera e il canto
siamo la neve dentro le cose
l’occhio cui tutto allucina, tutto separa
e vivere è un minuscolo posto nel mondo
dove stare in giardino.




Una rosa

Che cos'è quella rosa sul tavolo
ferma nella sua freschezza come un lago alpino
alta nel suo silenzio più del fragore
dei quotidiani affastellati lì accanto
più del disordine dei notiziari,
la concitazione delle chiavi di casa.
Che cos'è questa parola verdeggiante d'amore
se non il suolo dove lasciarsi cadere
la penombra di un bosco da attraversare
e la mano che si apre e prende la mia
e mi conduce a me.



Pierluigi Cappello
Gemona del Friuli 1967




È uno dei più grandi poeti italiani contemporanei. Nel 2006 ha vinto il Premio Bagutta (con "Assetto di volo") e nel 2010 il Viareggio Repaci (con "Mandate a dire all'imperatore"), e la sua è una storia dolorosa, la storia di un uomo che ha bisogno d'aiuto.

Appello per la concessione a Pierluigi Cappello dei benefici della Legge Bacchelli
Friulano di Gemona, 44 anni, Cappello versa in condizioni di estrema indigenza ed è paralizzato su una sedia a rotelle dal 1983: aveva 16 anni, era un brillante centometrista, sognava di fare l'aviatore, quando un amico gli diede un passaggio in moto. Ebbero un incidente, l'amico morì sul colpo e Pierluigi iniziò un calvario di interventi chirurgici, rieducazioni e fisioterapia, un percorso che gli ha permesso di continuare a vivere ma gli ha provocato un'estrema fragilità fisica. Da tempo ha bisogno di assistenza 24 ore su 24, e l'assistenza costa.

Fino al mese scorso, Pierluigi Cappello ha vissuto in un prefabbricato del terremoto a Tricesimo, nei pressi di Udine, una baracca donata nel 1976 dall'Austria al Friuli, una catapecchia abbandonata prima di Natale perché ormai inabitabile e infestata dai topi. Oggi Pierluigi vive con la madre in un minuscolo appartamento dove non esiste neppure il collegamento a Internet, essenziale per una persona isolata dal resto del mondo, per un intellettuale che può comunicare - poesie a parte - solo grazie alla Rete e al telefono.

Tutti i suoi libri sono rimasti negli scatoloni, il letto è in realtà un piccolo divano, l'assistenza a domicilio è un peso insostenibile per chi non ha alcun tipo di reddito, ma solo un'esigua piccola pensione di invalidità.

La situazione di Cappello ha spinto la Regione Friuli Venezia Giulia a chiedere la concessione dei benefici della Legge Bacchelli, la quale prevede un piccolo vitalizio per gli artisti di chiara fama che versino in condizioni disagiate.

L'appello è stato raccolto e sottoscritto dalle Università di Siena, Firenze, Udine, Roma Tre e dall'Accademia della Crusca, oltre che da migliaia di privati cittadini e intellettuali. Anche Facebook e Twitter si sono mobilitati per aiutare Pierluigi Cappello, e la stessa cosa intende fare Repubblica.it.

Tra le personalità del mondo della cultura e dello spettacolo che hanno beneficiato del vitalizio, la scrittrice Anna Maria Ortese, Gavino Ledda, la poetessa Alda Merini, i cantanti Umberto Bindi, Ernesto Bonino e Joe Sentieri, le attrici Alida Valli e Tina Lattanzi, il pugile Duilio Loi, l'attore Salvo Randone. Della legge hanno goduto anche la prima annunciatrice della Rai, Fulvia Colombo, l'eroe di guerra Giorgio Perlasca e il poeta di Andreis, in provincia di Pordenone, Federico Tavan, per il quale proprio Cappello si è dato tanto da fare.

I benefici della Legge Bacchelli vengono concessi, dopo un complesso e a volte lungo iter burocratico, dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri con la controfirma del Presidente della Repubblica: il nostro invito, dunque, è rivolto direttamente al professor Mario Monti e al Capo dello Stato, Giorgio Napolitano.

A Pierluigi Cappello, in fondo, basta poco: il minimo per sopravvivere e continuare a comporre versi, donando a tutti le sue parole trasparenti, delicate e forti, scritte nella bellissima lingua friulana e in italiano. Triste e povero è un paese che dimentica i poeti, e ancor più triste se è insensibile al dolore di chi, in silenzio e con enorme dignità, nella sofferenza chiede aiuto.
da repubblica

Si può aderire inviando una email all’indirizzo istituzionale del presidente del Consiglio regionale, Maurizio Franz (presidente.consiglio@regione.fvg.it). Crescono di giorno in giorno anche le adesioni alla pagina Facebook per l’Assegnazione dei benefici della legge Bacchelli a Pierluigi Cappello.


mercoledì 4 gennaio 2012

Salvo il muro della casa di Alda Merini

casa di alda merini
casa di alda merini

casa di alda merini



Dei muri di casa (la casa in Ripa di Porta Ticinese 47 abitata dal 1986 fino alla sua scomparsa) Alda Merini se ne serviva come fossero pagine di un block notes. Non importa se per appuntare un numero di telefono, una vignetta uscita da un ghiribizzo fulmineo o un aforisma alato.

Questi muri hanno rischiato di sparire completamente sotto una spessa mano di vernice degli imbianchini. Gli attuali proprietari dell'appartamento avevano infatti scritto una raccomandata al Comune di Milano «Il 15 gennaio 2012 la casa verrà ristrutturata». E subito era partito il tam tam per salvare quella testimonianza singolare della vita e del lavoro della poetessa.

Una petizione
promossa da Emanuela Carniti, una delle figlie di Alda Merini, aveva subito raccolto molti consensi (l'invito lo avevo messo anch'io su facebook) e Adriano Celentano il 31 dicembre scriveva sul suo blog
Ho parlato con il sindaco Pisapia e con Stefano Boeri i quali ci hanno assicurato di aver risolto il problema del muro di Alda Merini.
Il muro verrà recuperato e riposizionato in una zona che quanto prima ci faranno sapere e che sarà accessibile a tutti. Verificheremo che tutto questo accada nel minor tempo possibile.
Ringrazio tutti voi che avete contribuito affinché questo avvenisse.


Già oggi i tecnici faranno un sopralluogo nell'appartamento per capire come salvare la parete per poi ricollocarla intatta altrove. Quasi sicuramente nell'ex tabaccheria comunale di via Magolfa 32 trasformata in «Casa Merini - Atelier della Parola Giovane».

Ogni tanto, proprio ogni tanto, una bella notizia.

Di Alda Merini su questo blog, QUI (Alda Merini nata il 21 marzo, con la bella lettera che mi scrissero le quattro figlie) QUI e QUI (Il murale di Alda Merini trafugato).





sabato 26 novembre 2011

Konstantinos Kavafis

In una grande colonia Greca nel 200 a.C.

Non c’è il minimo dubbio, è palese
che le cose non vanno bene in questo Paese.
Benché tiriamo in qualche modo avanti,
è forse giunto il tempo, come pensano tanti,
di far venire un Gran Riformatore.

Ma qualcosa è d’ostacolo all’impresa:
questi Riformatori hanno pretesa
di fare grandi storie di ciascuna
cosa (poterne fare a meno, che fortuna!).
Sopra questioni di nessun valore
fanno indagini, lunghe inquisizioni,
piani di radicali modificazioni,
e d’attuarli senza remore hanno cura.

Hanno poi una tendenza al sacrificio:
"A quel possesso rinunziate: lo dovete!
La vostra occupazione è malsicura.
Certo, tali possessi recano pregiudizio.
Dovete rinunziare a quest’entrata
e a quest’altra, alla prima strettamente legata,
e a questa pure, che da quelle è derivata.
Sono essenziali, si. Ma che volete?
Responsabilità ne vengono, e non liete".

E quanto più procedono, eccoli reperire
Cose e cose superflue, che vogliono abolire.
Sopprimerle, peraltro, è cosa dura.

Partono, se Dio vuole, fatta l’opera attesa,
dopo avere fissato e potato (in contanti
ricevono un compenso giusto, come d’intesa):
vedremo adesso cosa resta, dopo
l’intervento chirurgico saggio e risolutore.

Forse non era il tempo. Via, non siamo zelanti
oltre misura! È un rischio la fretta, nelle imprese.
E dei provvedimenti prematuri ci si pente.
Sono molte le cose storte, ahimè nel Paese:
ma di perfetto, al mondo, non c’è niente.
E dopo tutto, via, tiriamo avanti.


Konstantinos Kavafis
Alessandria d'Egitto, 29 aprile 1863
Alessandria d'Egitto, 29 aprile 1933


sabato 8 ottobre 2011

Tomas Tranströmer, premio Nobel 2011

Silenzio
Passa, sono sepolti...
Una nuvola scivola sul disco del sole.

La fame è un alto edificio
che si sposta di notte

nella camera si apre l’oscura
tromba dell’ascensore verso le viscere.

Fiori nel fossato. Fanfara e silenzio.
Passa, sono sepolti...

Le posate d’argento sopravvivono
in grandi frotte
a grandi profondità dove l’Atlantico
è nero.



La cima
Come un sospiro gli ascensori iniziano a salire
in alti edifici fragili come porcellana.
Fuori su l'asfalto si fa caldo il giorno.
I segnali hanno le palpebre abbassate.
La terra una salita verso il cielo.
Cima dopo cima, nessuna vera ombra.
Voliamo avanti a caccia di Te
per l'estate in cinemascope.
E di sera sono un vascello
a luci spente, a giusta distanza
dalla realtà, mentre a terra
nei parchi fluisce l'equipaggio.



L'albero e il cielo
Un albero vaga nella pioggia,
ci passa in fretta davanti nel grigio scrosciante.
Ha un affare da sbrigare. Prende vita dalla pioggia
come un merlo in un frutteto.
Appena smette di piovere l'albero si ferma.
S'intravede dritto e fermo nelle notti chiare,
come noi in attesa dell'istante
in cui i fiocchi di neve si rovesciano nello spazio.



I ricordi mi vedono
Un mattino di giugno, troppo presto
per svegliarsi, troppo tardi
per riprendere sonno.

Devo uscire nel verde gremito
di ricordi, e mi seguono con lo sguardo.

Non si vedono, si fondono totalmente
con lo sfondo, camaleonti perfetti.

Così vicini che li sento respirare
benché il canto degli uccelli
sia assordante.







Tomas Tranströmer

Premio Nobel
per la letteratura 2011



(Stoccolma, 15 aprile 1931)

sabato 15 gennaio 2011

Patrizia Valduga

2.
"Tu mandali a dormire i tuoi pensieri,
devi ascoltare i sensi solamente;
sarà un combattimento di guerrieri:
combatterà il tuo corpo e non la mente."

8.
Ora lo sai: ho bisogno di parole.
Devi imparare a amarmi a modo mio.
È la mente malata che lo vuole:
parla, ti prego! parla, Cristoddio!

35.
Terra alla terra, vieni su di me:
voglio il tuo vomere nella mia terra,
fiorire ancora traboccando e
offrire il fiore a te, mio cielo in terra.

45.
Da nervi vene valvole ventricoli
da tendini da nervi e cartilagini
papille nervi costole clavicole...
In spasmi da ogni poro mi esce l'anima.

49.
Dal mio martirio viene questa pace,
questa pienezza dalla tua rapina...
A tutto ciò che non ha nome e tace
sento l'anima mia farsi vicina.

100.
"Vuoi che tutto finisca e niente duri?
che ognuno vada a fare i fatti suoi?
stacco il telefono, chiudo gli scuri:
e che la notte ricominci! Vuoi?"



da
Cento quartine e altre storie d'amore
Einaudi, 1997


Patrizia Valduga
Castelfranco Veneto 1953


sabato 4 dicembre 2010

Titos Patrikios



Due poesie


Nessun verso può rovesciare i regimi
avevo scritto anni prima
e ancor oggi me lo rinfacciano.
Ma i versi assolvono alla loro funzione
mostrano i regimi, dicono il loro nome
anche quando cercano di abbellirsi
di rinnovare un poco la vetrina
di cambiare denominazione e insegna.
I versi, anzi, qualche volta sorprendono
i leader in posizioni inattese
sicuri che nessuno li veda
con le mutande ingiallite e aperte
prima d’indossare le brache o i pantaloni
con gambe ossute e pantofole stracciate
prima d’infilarsi le scarpe o gli stivali,
la pancia debordante prima di tirarla in dentro
per abbottonarsi la giacca militare civile
con la dentiera lasciata nel bicchiere
prima di riprovare lo storico discorso,
con la pappagorgia e le guance pendule
prima di alzare il mento volitivo
prima di guardare, perennemente giovani, al futuro.
I versi non rovesciano i regimi
ma certamente vivono più a lungo
di tutti i loro manifesti.


***



I simulacri e le cose

Non ci aspettavamo che accadesse di nuovo
eppure è di nuovo nero come la pece il cielo,
partorisce mostri di oscurità la notte,
spauracchi del sonno e della veglia
ostruiscono il passaggio, minacciano, chiedono riscatti.
Non temere Lestrigoni e Ciclopi...
non temere, diceva il poeta,°
ma io temo i loro odierni simulacri
e soprattutto quelli che li muovono.

Temo quanti si arruolano per salvarci
da un inferno che aspetta solo noi,
quanti predicano una vita corretta e salutare
con l'alimentazione forzata del pentimento,
quanti ci liberano dall'ansia della morte
con prestiti a vita di anima e corpo,
quanti ci rinvigoriscono con stimolanti antropovori
con elisir di giovinezza geneticamente modificata.

Come una goccia di vetriolo brucia l'occhio
così una fialetta di malvagità
può avvelenare innumerevoli vite,
"inesauribili le forze del male nell'uomo"
predicano da mille parti gli oratori,
solo che i detentori della verità assoluta
scoprono sempre negli altri il male.
"Ma la poesia cosa fa, che cosa fanno i poeti"
gridano quelli che cercano il consenso
su ciò che hanno pensato e deciso,
e vogliono che ancora oggi i poeti
siano giullari, profeti o cortigiani.

Ma i poeti, nonostante la loro boria
o il loro sottomettersi ai potenti,
il narcisismo o l'adorazione di molti,
nonostante il loro stile ellittico o verboso,
a un certo punto scelgono, denunciano, sperano,
chiedono, come nell'istante cruciale
chiese l'altro poeta: più luce. °°
E la poesia non riadatta al presente
la stessa opera rappresentata da anni,
non salmeggia istruzioni sull'uso del bene,
non risuscita i cani morti della metafisica.
Passando in rassegna le cose già accadute
la poesia cerca risposte
a domande non ancora fatte.

° C. Kavafis: Itaca
°° J.W.Goethe: Mehr Licht!


Traduzione di Nicola Crocetti



Titos Patrikios
Atene, 1928


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sabato 27 novembre 2010

Erri De Luca - Napòlide

Si staccano così le foglie, i capelli, le gocce, le pagine.

Me ne andai di casa nell'anno 1968, mio diciottesimo compleanno, dopo un'infanzia smaltita come una quarantena.

Scelsi il treno, l'orario, non mi affidai al caso di un passaggio: volevo governare la partenza. Presi posto al finestrino e restai fisso a guardare fuori la processione del mio addio. Mentre mi staccavo, la città mi finiva sotto pelle come quegli ami che, entrati dalle ferite, viaggiano nel corpo, inestirpabili.

Nel chiasso delle molte porte sbattute, la mia la chiusi piano. Mio padre piangeva con singhiozzi regolari il cui ritmo, conficcato a chiodo nelle orecchie, ho ripetuto sul cantiere quando, battendo col martello sullo scalpello, mi è rintoccato tra le mani. Mi lasciò andare senza una bestemmia.

I suoi resti stanno in collina vicino a una ferrovia locale, con vista sopra un lago.

Se il verbo tornare ha per me un senso e un indirizzo, se anch'io ho un posto dove tornare, è quella collina. Tornare per me è verbo di bisbigli, non di geografia.


da Napòlide


Erri De Luca
Napoli 1950




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sabato 13 novembre 2010

Tiziano Terzani

Mi piaceva pensare che i problemi dell'umanità potessero essere risolti un giorno da una congiura di poeti: un piccolo gruppo si prepara a prendere le sorti del mondo perché solo dei poeti ormai, solo della gente che lascia il cuore volare, che lascia libera la propria fantasia senza la pesantezza del quotidiano, è capace di pensare diversamente. Ed è questo di cui avremmo bisogno oggi: pensare diversamente.

Tiziano Terzani
Firenze 1938
Orsigna 2004


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sabato 11 settembre 2010

Paolo Rumiz - La cotogna di Istanbul

"Ma voi che ne sapete dell'amore,"
diceva sospirando il nostro Max
quando il discorso cadeva sul tema
della passione che il mondo consuma:
era quello il segnale che noi tutti
aspettavamo per prendere coraggio
e chiedergli di raccontare ancora
della cotogna venuta da Istanbul,
una gran storia d'amore e di morte
che si giocò tra Vienna e Sarajevo
quando ebbe fine al centro dei Balcani .
quella cosa che noi chiamammo guerra
e invece fu un imbroglio sanguinoso.
E visto che quella era la “sua” storia .
e gli toccava parlare di sé,
Max cominciava prendendosi in giro,
forse per non creare aspettative
o magari spezzare l'incantesimo,
oppure per combattere, chissà,
la nostalgia che gli andava nel cuore.
E a quelli che alla fine gli chiedevano .
con gli occhi lustri per la commozione,
dopo un'ora o anche due di ascolto,
per che motivo non l'avesse scritta
quella storia che ci mangiava l'anima,
rispondeva così: “Perché narrarla .
ad alta voce è molto bello.
Scrivere è cosa fredda, senza cuore,
un miserabile atto di notai,
il che va detto,” spiegava, “con tutto .il rispetto per la categoria”.
S'infervorava sovente e diceva
“Non va letta da soli questa storia,
ma raccontata accanto a un fuoco acceso,
ad amici, bambini o forestieri;
è un mondo perduto pieno di voci .
che il vento freddo si è portato via,
ma al quale voi potreste ridar vita
col suono rotondo delle parole,
passando il racconto di bocca in bocca
come nelle ballate di una volta”.
[…]
Invece di inforcare gli occhiali
- il vetro rigato delle sue lenti
avrebbe messo come secoli tra i due -,
ne fece a meno per togliere di mezzo
ogni barriera tra sé e quella donna .
e lasciare l'aria di cristallo
a far da telescopio tra di loro.
Così scoprì, dal suo modo speciale
di sfiorare gli oggetti sulla tavola,
una combinazione sconosciuta
di sensualità e autocontrollo,
di forza contenuta e timidezza,
fierezza femminile e devozione,
abbinamenti impossibili in Austria,
paese che, ahimè, considerava
troppo inibito e pieno di complessi
per esprimere femmine speciali.
[…]
Altenberg ascoltava affascinato
e mentre lei macinava il caffè
intuì nel suo viso il portamento .
dei cavalieri erranti di Sarmatia,
vide le sopracciglia degli armeni
ma ben distanziate rispetto al naso;
e quando Maša arrivò fin da lui,
per porgergli la tazza e la zolletta
emanò dalle scapole un profumo
così buono che Max si rese conto
di essere perduto, e che resistere
era insensato, e lui che era un vecchio
pesce di mare, improvvisamente
sentì il richiamo forte del salmone
verso le freddi sorgenti natie.
Quando uscì, in silenzio la farina
stava cadendo lenta, turbinava
sopra i tetti sfondati dalla guerra,
sulle tombe, la fabbrica di birra
ed i sui pini schierati sul pendio
in alto verso la linea del fronte,
e quando lei salutò sulla porta
Max vide che in un attimo la neve
le aveva ingrigito i lunghi capelli;
in lei fiutò un impasto balcanico
fatto di sangue e miele, di polvere
e gelsomini, come le magnifiche
donne descritte dal conte Potocki
nei suoi lunghi viaggi in Asia Centrale
tra i secoli diciotto e diciannove.
Scendendo al fiume poi si rese conto
che Serajevo era precipitata
in un freddo di steppa siberiana
e gli unici passanti nelle strade
erano inquilini delle macerie
che erravano abbaiando nella notte
chiusi in branco per farsi compagnia.
[...]
Fu a quel punto che Max divenne certo
che un giorno lei gli sarebbe riapparsa,
chissà quando, ma per portarlo via,
sarebbe venuta da chissà dove,
Caucaso, Urali, o Patagonia,
sicuramente vestita di nero,
per guidarlo, passo lungo e sicuro
verso sud-est, oltre fiumi e montagne,
fino al gran passo della Linea d'Ombra.
Queste malinconie rimuginò,
e poco dopo a diecimila metri
aerei si incrociarono lasciando
code di volpe argentata nel cielo.
[…]
Gli era difficile quindi capire
come quel frutto sgraziato potesse
ispirare canzoni appassionate
e far guarire persino i malati.
Ma un amico, un giorno di gennaio,
lo condusse per una buia scala
nella sua cantina, gelida e piena
di ogni ben di Dio, e lì in un angolo
gli scoprì un cesto pieno fino all'orlo
di frutti brufolosi, giallo elettrico
dal folle profumo, da capogiro,
morbido, sensuale e algebrico insieme,
un misto di pera, pesca e limone:
una cosa che non era per nulla
preludio di un sapore, ma l'essenza,
anzi la quintessenza, dell'odore,
un sublimato quasi artificiale
simile a nessun altro; era un frutto
che conteneva in sé ancora il fiore,
una meraviglia che prometteva
il bel tempo nel cuore dell'inverno,
era sole, e al tempo stesso luna,
era un frutto capace di incarnare
entrambi gli astri della vita umana.
Così capì: era quello il segreto
nascosto nell'odore inconfondibile
di biancheria pulita nella pelle
di Maša la bella di Serajevo.
[…]

da
La cotogna di Istanbul



Paolo Rumiz
Trieste 1947