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mercoledì 14 ottobre 2015

Su Playboy e sul calendario Pirelli niente più donne nude

Playboy

Che sia un cambiamento epocale di costume? Oppure ci saranno ripensamenti? Sta di fatto che dopo 62 anni la donna nuda che era la ragion d'essere della rivista è venuta meno. Playboy non pubblicherà più nudi, riferisce il New York Times riportando le affermazioni dell'amministratore delegato Scott Flanders, e con la scelta editoriale è d'accordo lo stesso Hefner, il fondatore.

Nello stesso tempo una pubblicazione planetaria della nudità femminile d'autore cambia rotta. Il Calendario Pirelli 2016, affidato alle immagini della bravissima fotografa statunitense Annie Leibovitz avrà come tema quello delle conquiste femminili, con i ritratti delle donne che hanno ottenuto qualcosa di importante: Tra le 13 icone l’artista pop Yoko Ono, la top-model Natalia Vodianova, l’attice Amy Schumer e la cantante Patti Smith (che tempo fa fotografai a Milano).

Un bel salto dall'anno scorso quando il tema era il stato "il fetish".
Chissà l'eros che cammini sta prendendo.


La fotografa Annie Leibovitz al lavoro
Annie Leibovitz

lunedì 5 marzo 2012

Trent'anni senza John Belushi

John Belushi


Quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare.



Chicago, 24 gennaio 1949 – Los Angeles, 5 marzo 1982

Sono trent'anni esatti che siamo orfani di John Belushi. Una meteora straordinaria, che lasciò il segno nell'immaginario comico, cinematografico, musicale e televisivo. Un corpo strabordante e un'anima dolce, che con il suo sguardo, anche se coperto da occhiali neri, ci ha "rivelato" il piacere - seppur breve - del vivere.

"The Blues Brothers" e "Animal House" sono saliti sugli altari. Ve li ricordate?

[Sentieri selvaggi]

venerdì 4 aprile 2008

2001: Odissea nello spazio, a quarant'anni dalla sua uscita

hal 9000, il computer di 2001 Odissea nello spazioIl 4 aprile del 1968, esatti quarant'anni fa, ci fu a New York la prima di 2001: Odissea nello spazio di Stanley Kubrick. Non mi ricordo in che anno lo vidi, ma mi ricordo come fosse adesso l'impressione stupefacente che mi fece tant'è che l'ho poi rivisto, cosa che faccio raramente, varie altre volte.

Non è un film di fantascienza, nella comune accezione che a questo termine si dà. A me dette la visione complessiva della vicenda umana proiettata nelle dimensioni assolute dello spazio e del tempo incommensurabili col metro della nostra vita.

Già dall'inizio si avverte la tragedia che incombe sulla nostra specie. Quando nella scena dello scimmione che butta per aria un osso si ha la scintilla primordiale dell'intelligenza tutt'uno con la violenza sui propri simili.

Poi il tempo. Quale? Quello di Einstein, che è una teoria dimostrata, ma che non fa parte del nostro orizzonte, e di cui Kubrick cerca di dipingerci un barlume su un fondo di musiche di Richard Strauss.

E Hal 9000, il computer "intelligente", che oltre a dare i comandi di navigazione all'astronave che viaggia nell'iperspazio, ha anche un senso estetico. Hal che si ribella ai suoi padroni che lo hanno accusato di aver sbagliato i calcoli. Hal che mentre viene disattivato sembra esalare l'ultimo respiro come in un'agonia umana.

Se c'è qualcuno tra di voi che non l'ha visto deve assolutamente vedere questo film.

domenica 2 settembre 2007

Ermanno Olmi, la crisi del cinema italiano è la crisi della nostra società

Partito da questo articolo di Galli Della Loggia sul Corriere della Sera e poi proseguito con gli interventi di Lizzani e Bellocchio su Repubblica il dibattitito sulla crisi del cinema italiano continua. Non mi sembra quest'anno la querelle di stagione, prima del Festival di Venezia, perché vengono buttati sul tappeto tutti i guai di questa nostra Italia ormai senza bussola, al di là del cinema.

Pubblico integralmente, anche se la lunghezza non è proprio da blog, l'intervento di Ermanno Olmi uscito ieri su Repubblica. Stamattina l'editoriale di Scalfari è sullo stesso tema.

Guardatevi l'ultimo paragrafo. Calza a pennello col post precedente. Sullo stesso numero è uscita la pubblicità che ho contestato e l'articolo di Ermanno Olmi. I giornali fagocitano ma non metabolizzano.

ERMANNO OLMI

Caro direttore, quando è uscito il mio ultimo film Centochiodi ho annunciato che col cinema narrativo avevo chiuso: ma non è perché il cinema italiano - e non solo italiano - sia in crisi. È tutta la società che in questo momento è in crisi, e non solo quella italiana. Stiamo attraversando un periodo di grandi trasformazioni necessarie per affacciarci a nuove soglie del futuro.

Trasformazioni che non abbiamo del tutto metabolizzato. Uso questo termine, anche se un po' scaduto, ma che mi torna in mente ora per indicare quei particolari momenti della storia in cui necessari e inevitabili cambiamenti creano necessari e inevitabili condizioni di crisi. È un po' come succede con il corpo umano, quando da bambini si diventa adolescenti e il corpo si carica di turbolenze e ancora non si ha la consapevolezza né di essere bambini né di essere adulti. Questa è oggi la nostra società. Così tutte le società “cosiddette” avanzate.

Pensiamo di essere più grandi ma non siamo ancora davvero adulti. Ed è questo che ci mostra il cinema: la condizione della nostra realtà in uno stato piuttosto confusionale e disorientata. E anche il cinema è parte di questa realtà. Ma è da quando ho cominciato la mia avventura nel cinema - e sono oramai più di cinquant'anni - che sento lamenti di crisi del cinema italiano dopo la gloriosa stagione de neorealismo e dei suoi grandi padri. È vero: quei maestri segnarono la scena mondiale del cinema italiano, quello fu il momento più alto del nostro cinema, ma perché? Proprio perché c'erano stati cinque anni di guerra, appunto.

Tragedie e sofferenze comuni che avevano creato un sentimento comune. Anni che furono una scuola poderosa, una scuola che ci costringeva a cercare valori essenziali. Primo fra tutti quello della vita. Eravamo individui in mezzo ad altri individui che avevano fame di pane e civiltà. Ma a quel tempo, tutto era coinciso con la rinascita dalle macerie, con la ricostruzione, con una speranza nuova, col sogno di un mondo più umano, di bella convivenza. È durato poco.

Già nei primi anni Cinquanta si faceva avanti la crisi del contrappasso determinata dal boom economico - così si chiamava - e che alla fine durò un istante. Come sempre, lo slancio della ricchezza cancella le tensioni morale e, per quanto riguarda il grande schermo, spinge anche il cinema verso la commedia - giustamente per carità – e poi, pur con capolavori di grande maestria, verso una spensieratezza che non vuole saperne di nuovi segnali di insofferenze e crisi mondiali. Le guerre “lontane” non ci riguardano.

Ma ecco la morte di Kennedy, il Sessantotto, la Guerra Fredda cova tra le grandi Potenze. Sono cominciati in quegli anni i grandi cambiamenti del mondo e da allora a oggi tutte le nostre società stanno vivendo queste fisiologiche trasformazioni. Che possono anche produrre esiti devastanti, come fu da noi il terrorismo di casa, o come è oggi il terrorismo internazionale.

Dunque trovo che quello che hanno scritto Galli della Loggia sul Corriere della sera o Lizzani e Bellocchio su Repubblica ci sollecita a una giusta considerazione sul cinema. La segnalazione di una crisi – che si intende di inadeguatezza – dei film italiani nei confronti della realtà in cui viviamo. Giusto. Tuttavia la medesima domanda dobbiamo porla alla letteratura, alle arti, alla politica dei nostri governi e all'economia del denaro. Non è forse in crisi questa economia? Quella italiana e non solo? Abbiamo forse un disegno economico che rappresenta l'anelito ideale di questo nostro paese?

Via! I dati che ci fanno vedere sono fasulli. Ma non perché non sanno fare i conti coi numeri. Non sanno fare i conti coi “valori”. Non hanno ancora capito – o non vogliono capire – quanto vale una zolla di terra e un bicchiere di buona acqua. Viviamo da ricchi una condizione di miseria di beni naturali. Ma appena il baraccone delle ambiguità comincerà a scricchiolare, saranno, come si dice a Roma, ... amari.

Il cinema non è un dopolavoro idilliaco dove nel tempo libero si celebrano le smanie artistiche di quattro giovanotti – come eravamo noi del tempo passato. Il cinema di ieri come quello di oggi, vive il sentimento della realtà. Ecco perché il senso di crisi. Non c'entra niente dire che non ci sono più buoni autori. Perché non è vero. Anzi i germogli della nuova generazione ci sono, eccome.

Ho visto il film bellissimo di Giorgio Diritti, Il vento fa il suo giro, e questa è una delle tante conferme. Lo vada a vedere Galli della Loggia: mi ringrazierà. E diciamo anche che quest'anno alla Mostra di Venezia ci sono tre giovani italiani eccellenti che faranno sicuramente onore al nostro cinema, all'arte, al dovere civico.

Per questo, con simpatia e con calore, ribalto la domanda a Repubblica e al Corriere. Forse i giornali italiani stanno davvero rappresentando la realtà italiana? Sono all'altezza del compito che gli compete? O sono vincolati dalla pubblicità e la servono devotamente? Non è anche questo un segno di crisi?


QUI un approfondimento segnalato da un lettore

giovedì 3 maggio 2007

Trailer del film Silk

Inserisco il trailer del film "Silk" tratto dal romanzo "Seta" di Alessandro Baricco. Alcune sequenze sono state girate a Pigna (IM). QUI le foto di scena scattate in quel paese.

domenica 7 gennaio 2007

La Cinese

modella cinese
Modella cinese
Guarda il pannello intero

film la cinese di GodardQuarant'anni fa, nel 1967, uscì un film, La Cinese (La Chinoise) del regista allora cult e poi diventato ancora più cult Jean Luc Godard. A fianco la locandina. L'atmosfera esaltata che aleggiava in quella pellicola proveniva dalle onde impetuose della Rivoluzione Culturale che dilagavano fin nelle regioni più remote di quella nazione. Di lì a un anno sarebbe scoppiato in Europa il '68 con tutto quello che ne seguì. Mi sono ritornate in mente queste vicende ieri, quando passando per il trafficato corso Buenos Aires di Milano ho visto il grande pannello pubblicitario con la modella che vedete in alto. Così, arrivato a casa, ho rispolverato una vecchia raccolta di riviste che uscivano in quel periodo, stampate in Cina in molte lingue e diffuse a prezzi bassissimi. Da un numero ho riprodotto la ragazza che è in basso. Chi l'avrebbe mai detto? Un modello di comunismo ammirato in quegli anni dalla maggioranza della gioventù politicizzata occidentale trasformarsi in un modello di sfruttamento selvaggio. La storia umana ha disegni arcani o non ne ha punto.
ragazza cinese durante la rivoluzione culturale

Aggiunta - 10 gennaio
Stamattina su Repubblica in un articolo sulla Cina
"I medici tradizionali? Stregoni. Petizione perché agopuntura ed erboristeria non siano più difese dalla Costituzione. I ricchi ormai si affidano ai farmaci occidentali. Crociata online contro le cure del passato."