La sedia da spostare
- Secondo me quella sedia lì va spostata.
- Anche secondo me quella sedia lì va spostata.
- Facile dirlo quando lo han detto gli altri.
- Se è per questo sono anni che lo dico e nessuno mi ascolta.
- Da un'approfondita analisi storica e sociologica, viene fuori che quella sedia pesa dai nove ai dieci chili
- Non sono d’accordo. Dai sondaggi il due per cento degli intervistati dice che pesa dai cinque ai sei chili, il tre per cento dai sei ai sette chili, il novantacinque per cento non lo so e non me ne frega niente. Basta che la spostiate.
- Secondo me per spostarla, bisognerebbe prenderla con cautela per la spalliera, e metterla da un’altra parte.
- Eccesso di garantismo, al punto in cui siamo, non resta che affidarsi a una figura autorevole e competente. Forse un tecnico. Magari di destra, appoggiato dalle sinistre.
- Un tecnico? No, un tecnico non può garantire la stabilità della sedia. E poi costituisce un’anomalia antidemocratica e anticostituzionale.
- Se è così cambiamo la Costituzione.
- Non è una cosa che si può fare da un giorno all’altro.
- Nel frattempo propongo di indire un referendum.
- Non si troveranno mai cinquecentomila firme per spostare una sedia.
- E allora non c'è scelta: elezioni anticipate.
- No, le elezioni oggi no, sarebbe troppo grave per il paese, forse domani.
- Rimane il problema urgente della sedia da spostare.
- Su questo sono d’accordo. Può essere un punto d’incontro.
- Parliamone.
- Parliamone.
- Parliamone.
Giorgio Gaber
1995/1996
Gli artisti, quelli veri, vedono le cose sempre prima degli altri.
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martedì 20 giugno 2017
mercoledì 4 febbraio 2015
Bombardare l'Isis di libri non di bombe
QUANDO si dice che l’Is è "il nuovo nazismo" lo si fa per attribuire la massima gradazione di violenza e sopraffazione all’esercito jihadista. Ci si domanda, poi, se la forzatura retorica abbia senso, data l’enorme distanza storica e culturale tra i due fenomeni (per dire solo la più macroscopica: il nazismo fu tecnologico-industriale, il jihadismo è arcaico e tribale). Ma il rogo di libri sulla piazza di Mosul basta, da solo, a dare una sinistra verosimiglianza al paragone. Secondo fonti irachene sono stati bruciati tutti i testi "non islamici": scienze, letteratura, saggistica, poesia. Librai sono stati arrestati per avere fatto il libraio.
Se avessimo sale in zucca, noi occidentali rincitrulliti dal benessere, organizzeremmo sull’Iraq e su tutte le terre occupate o minacciate dall’Is il più grande lancio di libri della storia. Basterebbero i resi delle librerie europee e americane, più quelli in arabo forniti dai paesi islamici civili, per disseminare il Medio Oriente di carta stampata e rilegata: i nostri "scarti" culturali, tanto quanto quelli alimentari, sono sufficienti a sfamare un altro pianeta intero. Costerebbe, la tempesta di libri, nemmeno un decimo del più modesto bombardamento, ma avrebbe effetti molto più devastanti. Un libro, a volte, esplode anche cinque o cinquanta o cinquecento anni dopo essere stato letto.
Michele Serra
L'amaca di oggi
Se avessimo sale in zucca, noi occidentali rincitrulliti dal benessere, organizzeremmo sull’Iraq e su tutte le terre occupate o minacciate dall’Is il più grande lancio di libri della storia. Basterebbero i resi delle librerie europee e americane, più quelli in arabo forniti dai paesi islamici civili, per disseminare il Medio Oriente di carta stampata e rilegata: i nostri "scarti" culturali, tanto quanto quelli alimentari, sono sufficienti a sfamare un altro pianeta intero. Costerebbe, la tempesta di libri, nemmeno un decimo del più modesto bombardamento, ma avrebbe effetti molto più devastanti. Un libro, a volte, esplode anche cinque o cinquanta o cinquecento anni dopo essere stato letto.
Michele Serra
L'amaca di oggi
venerdì 2 maggio 2014
Tiziano Terzani, i diari inediti
Dalla Cina al Vietnam, vita, ideali, delusioni di un testimone appassionato del Novecento.
A dieci anni dalla scomparsa escono i suoi taccuini.
Tiziano Terzani
Un'idea di destino
Longanesi
in libreria
dall'otto maggio
La solita rabbia a vedere lungo il mare la distesa dei mendicanti, i ricchi che fanno la ginnastica per eliminare i loro immensi grassi e gettano distrattamente ai piccioni ramaiolate di granturco che pagano, mentre quelli non hanno da mangiare. L'India è il posto che mi convincerà, una volta per tutte, della necessità di abolire la politica, di distruggere i politici, di affidare le cose dello Stato a dei filosofi.
5 aprile 1995, Bombay
Credo di dover fare un discorso, e mi preparo in fretta delle note su un pezzo di carta: perché si viaggia? Per me me è un modo di scappare dal conosciuto in cerca di qualcosa che non conosco... un modo per scappare da casa per cercare casa. «La strada è casa», dice Chatwin, che pure, nonostante il suo «nomadismo», a sentire la malingua della sua editor, restava volentieri e a lungo nelle belle case degli altri.
11 luglio 1999, Roma
La Cina è senza ispirazione. Ci avviamo sempre più verso una forma di fascismo senza ideologia, se non quello della disciplina, dell'ordine, della forza, della delazione, del sospetto. Mai una punta di ironia, mai una follia dell'intelligenza.
1 ottobre 1981, Pechino
La grande differenza è fra le religioni rivelate e quelle no: nelle prime c'è un profeta a cui Dio ha detto come stanno le cose e lui lo ripete agli altri (e Maometto dice di essere l'ultimo profeta); nelle seconde non c'è intermediario, il fondo è «conosci te stesso» e con ciò scopri che Dio sei tu.
28 gennaio 2000, Binsar
5 aprile 1995, Bombay
Credo di dover fare un discorso, e mi preparo in fretta delle note su un pezzo di carta: perché si viaggia? Per me me è un modo di scappare dal conosciuto in cerca di qualcosa che non conosco... un modo per scappare da casa per cercare casa. «La strada è casa», dice Chatwin, che pure, nonostante il suo «nomadismo», a sentire la malingua della sua editor, restava volentieri e a lungo nelle belle case degli altri.
11 luglio 1999, Roma
La Cina è senza ispirazione. Ci avviamo sempre più verso una forma di fascismo senza ideologia, se non quello della disciplina, dell'ordine, della forza, della delazione, del sospetto. Mai una punta di ironia, mai una follia dell'intelligenza.
1 ottobre 1981, Pechino
La grande differenza è fra le religioni rivelate e quelle no: nelle prime c'è un profeta a cui Dio ha detto come stanno le cose e lui lo ripete agli altri (e Maometto dice di essere l'ultimo profeta); nelle seconde non c'è intermediario, il fondo è «conosci te stesso» e con ciò scopri che Dio sei tu.
28 gennaio 2000, Binsar
venerdì 22 novembre 2013
Sarà un'utopia che ci salverà?
Bisogna essere doppiamente contenti della scarcerazione di Cristian D’Alessandro, il giovane militante di Greenpeace detenuto in Russia per “teppismo”. La prima ragione è che torna libera una persona libera. La seconda è che la questione ambientale sembra gravare sulle sole spalle degli individui (ciascuno di noi) e delle associazioni ambientaliste. Sul potere politico non si può davvero fare conto. Nello stesso giorno della liberazione di Cristian, a Varsavia la cosiddetta conferenza sul clima si tingeva di ridicolo dedicando se stessa, per volontà di alcuni governi, all’elogio del carbone, e costringendo all’abbandono l’intero universo ambientalista, che si sentiva preso in giro.Niente di profondo o di radicale,perlomeno in questo momento storico, sembra venire dalla politica. Il potere economico condiziona ogni passo e ogni idea (è il famoso “pensiero unico”). Tutto ciò che è nuovo e diverso non può nascere attorno a quei tavoli incravattati; e dunque nascerà, per forza di cose, dalla fantasia delle avanguardie. È quasi incredibile pensarlo, ma nel dovizioso consesso umano di un convegno mondiale (ministri, professoroni, staff tecnici) sembra esserci meno speranza che nello sguardo di un ragazzo su un gommone, in mezzo al Baltico.
Michele Serra
L'amaca di oggi
Michele Serra
L'amaca di oggi
venerdì 29 giugno 2012
Perdersi in città
Non sapersi
orientare
in una città
non significa molto.
Ci vuole invece
una certa pratica
per smarrirsi
in essa
come ci si smarrisce
in una foresta.
Walter Benjamin
Immagini di città
È poi che chi abita in città rischia di frequentare gli stessi posti e di ripetere fino alla monotonia gli stessi percorsi. Crogiolandosi passivamente in spazi solo familiari. Dovrebbe invece, quando ha del tempo da perdere, andare a perdersi in quartieri sconosciuti alla ricerca dell'insolito e dello spaesamento gradevole, ridiventare insomma straniero nella propria città.
E capitare, come succede spesso a me a Milano, in angolini inaspettati, come questo, a una decina di metri da una via molto trafficata, che con la sua tranquillità si fa beffe della convulsione scellerata dai ritmi contro natura.
Si accorgerà allora che non è tempo perso, ma guadagnato al giusto fluire della vita.
sabato 20 novembre 2010
Sulla lingua del tempo presente
Gustavo Zagrebelsky
L'uniformità della lingua, lo spostamento di parole da un contesto all'altro e la loro continua ripetizione sono il segno di una malattia degenerativa della vita pubblica che si esprime, come sempre in questi casi, in un linguaggio stereotipato e kitsch, proprio per questo largamente diffuso e bene accolto.
Oggi è politicamente corretto il dileggio, l'aggressione verbale, la volgarità, la scurrilità. È politicamente corretta la semplificazione, fino alla banalizzazione, dei problemi comuni. Sono politicamente corretti la rassicurazione ad ogni costo, l'occultamento delle difficoltà, le promesse dell'impossibile, la blandizia dei vizi pubblici e privati proposti come virtù. Tutti atteggiamenti che sembrano d'amicizia, essendo invece insulti e offensioni. I cittadini comuni, non esperti di cose politiche, sono trattati non come persone, ma come sudditi, anzi come plebe. Cosicché le posizioni sono ormai rovesciate. Proprio il linguaggio plebeo è diventato quel "politicamente corretto" dal quale dobbiamo liberarci, ritrovando l'orgoglio di comunicare tra noi parlando diversamente, non conformisticamente, seriamente, dignitosamente, argomentatamente, razionalmente, adeguatamente ai fatti.
Oggi è politicamente corretto il dileggio, l'aggressione verbale, la volgarità, la scurrilità. È politicamente corretta la semplificazione, fino alla banalizzazione, dei problemi comuni. Sono politicamente corretti la rassicurazione ad ogni costo, l'occultamento delle difficoltà, le promesse dell'impossibile, la blandizia dei vizi pubblici e privati proposti come virtù. Tutti atteggiamenti che sembrano d'amicizia, essendo invece insulti e offensioni. I cittadini comuni, non esperti di cose politiche, sono trattati non come persone, ma come sudditi, anzi come plebe. Cosicché le posizioni sono ormai rovesciate. Proprio il linguaggio plebeo è diventato quel "politicamente corretto" dal quale dobbiamo liberarci, ritrovando l'orgoglio di comunicare tra noi parlando diversamente, non conformisticamente, seriamente, dignitosamente, argomentatamente, razionalmente, adeguatamente ai fatti.
Gli undici paragrafi di questo libro (ciascuno dedicato a una parola nuova o di seconda mano e mal restaurata) compongono un endecalogo emblematico della regressione di questi nostri tempi. Una sorta di libretto di istruzioni per evitare effetti mentali indesiderati. Un vaccino che va iniettato sulla lingua, allo scopo di mantenerla presentabile ed efficace.
Gustavo Zagrebelsky
Sulla lingua del tempo presente
Einaudi
fresco di stampa
Technorati Tags: Gustavo Zagrebelsky, Sulla lingua del tempo presente
sabato 9 ottobre 2010
Le scarpe slacciate
Questa storia dei lacci delle scarpe mi accadde per la prima volta a Torremolinos. Una sera di primavera inoltrata me ne andavo un po’ a zonzo tranquillamente e quasi perdendomi qua e là lungo le vie della bella parte antica del paese. Faceva ancora caldo. Le porte delle piccole case bianche erano aperte, davanti a esse stavano sedute le mamme e le nonne. I bambini giocavano. Si potevano vedere quadri di santi all’interno delle stanze e udire la gente che gridava da una casa all’altra. Gruppi di ragazzi e di ragazze passeggiavano - separatamente - su e giù per le vie, chiamandosi a vicenda e ridendo e cinguettando.
Ero tra di loro, ma essi vivevano nel loro mondo, io nel mio. Dunque questa, pensavo, è quella che Ferdinand Tönnies chiamava Gemeinschaft, una comunità chiusa, dove gli individui sono strettamente vincolati gli uni agli altri, in opposizione alla Gesellschaft, la «società» delle grandi città. A un certo punto ebbi l’impressione che le donne mi stessero dicendo qualcosa. Una ragazzetta mi si avvicinò, ridendo, guardandomi appena, di sottecchi. Pensai: «Però, precoce la piccola, fa già la civettuola!». Ma lei nascose il volto timidamente dietro le mani e corse da sua madre. Poi una ragazza poco più grande venne verso di me e indicò le mie scarpe. Finalmente capii: avevo le stringhe slacciate che penzolavano sulla strada. È una cosa che mi capita così spesso che ormai non ci faccio più caso.
Ma le donne, attente, se n’erano accorte, e ovviamente temevano che l’anziano straniero potesse inciampare e farsi del male. Così, osservato e incoraggiato da donne, uomini e bambini attorno a me, mi allacciai le stringhe con cura e, ridendo verso i volti che mi circondavano amichevolmente, ringraziai tutti. Poi il piccolo trambusto cessò e la vita riprese il suo corso consueto. È di certo una Gemeinschaft, dissi tra me e me; nessuno è un perfetto straniero. Ma la mia coscienza sociologica mi corresse: come puoi sapere quel che accade, se non sei là dove accade? Il giorno dopo lasciai le stringhe slacciate a bella posta, camminando in quella che forse è la via principale di Torremolinos, dove ci sono i turisti. E, come mi aspettavo, nessuno vide il pericolo; o meglio: talvolta qualcuno passando vicino sembrava accorgersi dei lacci che ciondolavano slegati, ma se ne guardava bene dall’avvertirmi. Dopo due ore cessai l’esperimento.
[continua]
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Norbert Elias
L'illusione del quotidiano
Sociologia con le scarpe slacciate
Medusa
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Ho riportato un passo tratto da questo libro fresco di stampa perché io vivo di prevalenza in una società aperta, cioè a Milano (Gesellschaft) ma sovente vivo anche in una società chiusa quando mi reco al paesello (Gemeinschaft) e quindi conosco gioie e dolori di entrambi i vissuti. Per me sono due camere di compensazione, l'una dell'altra. La metropoli mi dà continui stimoli e il paesello mi regala la tranquillità che dopo un po' di giorni però mi assopisce.
Io non vedo, a parte alcuni, dove voi viviate. Ecco mi piacerebbe sapere se siete contenti del posto o se lo cambiereste volentieri con un altro.
Io non vedo, a parte alcuni, dove voi viviate. Ecco mi piacerebbe sapere se siete contenti del posto o se lo cambiereste volentieri con un altro.
OT
Se a qualcuno interessa ho fatto un altro aggiornamento a Il dito medio di Cattelan.
Se a qualcuno interessa ho fatto un altro aggiornamento a Il dito medio di Cattelan.
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sabato 4 settembre 2010
Letteratura e fede
Presumo che non vi siano peggiori lettori che gli uomini di fede (generalizzo, togliete le dovute eccezioni). La persona che crede, che ha fede... cosa vuoi che legga a fare... per avere dubbi? Per seminare nell'animo suo zizzania? Per stimolare la ricerca di un altrove? Chi ha già fede legge per imparare, per specializzarsi, per diventare un bravo servitore di Dio quaggiù in vista di un lassù. Ma la vera letteratura non insegna niente, non specializza nessuno, non mira certo a illudere i lettori. La letteratura non parla dell'eterno, si ferma solo sul minuto. La letteratura non fornisce certezze, anzi: quella vera fa crollare anche le più salde. La letteratura scombussola, provoca, inquieta, solletica, diverte (in senso proprio), smuove corpo e mente e lancia il lettore allo specchio a piangere o a ridere e, in entrambi i casi, a disegnare un S.O.S. nella nuvola di fiato che gli nasconde il volto. E lo scrittore di ieri, di oggi e di domani riceve quel messaggio e invia la sua scialuppa-libro in soccorso del lettore smarrito con se stesso. Da un po' di tempo, credo (e lo dico da lettore), molti salvataggi li compie anche quella particolare specie di scrittore chiamato blogger.
Luca Massaro
tutto il post
Luca Massaro
tutto il post
giovedì 29 luglio 2010
Letture in piazza di Tiziano Terzani
Milano, piazza Duomo - Ieri, letture di Tiziano Terzani.
Ieri, sesto anniversario della morte di Tiziano Terzani, numerose piazze d'Italia e anche estere si sono riunite in un abbraccio ideale per ricordarlo, e nella lettura collettiva ad alta voce dei suoi scritti farlo rivivere. Per chi questo scrittore ha tanto amato è bastato poco per risentirselo vicino. Proprio vicino, fisicamente.
Ogni posto è una miniera. Basta lasciarcisi andare, darsi tempo, stare seduti in una casa da tè ad osservare la gente che passa, mettersi in un angolo del mercato, andare a farsi i capelli e poi seguire il bandolo di una matassa che può cominciare con una parola, con un incontro, con l'amico di un amico di una persona che si è appena incontrata e il posto più scialbo, più insignificante della terra diventa uno specchio del mondo, una finestra sulla vita, un teatro di umanità dinanzi al quale ci si potrebbe fermare senza più il bisogno di andare altrove. La miniera è esattamente là dove si è: basta scavare.
Tiziano Terzani
Tiziano Terzani
QUI, su google maps, le piazze che hanno aderito all'iniziativa. Il sito.
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martedì 17 novembre 2009
L’Italia di oggi è distrutta
Pier Paolo Pasolini
[*]
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giovedì 1 ottobre 2009
Popolo e partito
«Siamo un popolo, non un partito» ha detto l'altro giorno Berlusconi nel suo comizio di Milano. Può sembrare uno slogan, ma recentemente anche Tremonti e Brunetta hanno insistito sullo stesso punto. Evidentemente la scelta di chiamare il Pdl Popolo della libertà, non era solo dettata da motivi pubblicitari.
Infatti, un partito è per definizione una parte, è un'entità che si riconosce limitata e inserita in un contesto più vasto. Esprime interessi determinati, anche se estesi, punti di vista particolari, anche se generosamente universalistici; e si contrappone ad altre parti, ad altri partiti, ad altri interessi, in una dialettica regolata dalle leggi e dalle istituzioni democratiche. Il Tutto, da questo punto di vista, non è che il gioco delle parti, l'interazione costituzionale fra partiti.
Che un partito si definisca popolo significa, tendenzialmente, tutto ciò: questo superamento della democrazia costituzionale verso la democrazia demagogica e populista; questo modo sbrigativo ed emotivo di dire Noi, con una pretesa di totalità e di esaustività che rende impossibile ogni dialogo e ogni dialettica con gli altri; questa delegittimazione dell'avversario politico come anti-italiano (ovvero, nemico del popolo); questo culto della personalità, e lo speculare culto del popolo, alimentati, in un circolo vizioso, dal Capo e dalla sua creatura.
Il ritorno sostanziale alla democrazia parlamentare e alle sue logiche istituzionali dovrà essere, quindi, anche un ritorno alla consapevolezza della parzialità, della limitatezza, delle persone e delle politiche; alla misura, insomma, dopo la dismisura; alla realtà, dopo il sogno populista e comunitario.
Carlo Galli
La Repubblica, 30 settembre 2009
Infatti, un partito è per definizione una parte, è un'entità che si riconosce limitata e inserita in un contesto più vasto. Esprime interessi determinati, anche se estesi, punti di vista particolari, anche se generosamente universalistici; e si contrappone ad altre parti, ad altri partiti, ad altri interessi, in una dialettica regolata dalle leggi e dalle istituzioni democratiche. Il Tutto, da questo punto di vista, non è che il gioco delle parti, l'interazione costituzionale fra partiti.
Che un partito si definisca popolo significa, tendenzialmente, tutto ciò: questo superamento della democrazia costituzionale verso la democrazia demagogica e populista; questo modo sbrigativo ed emotivo di dire Noi, con una pretesa di totalità e di esaustività che rende impossibile ogni dialogo e ogni dialettica con gli altri; questa delegittimazione dell'avversario politico come anti-italiano (ovvero, nemico del popolo); questo culto della personalità, e lo speculare culto del popolo, alimentati, in un circolo vizioso, dal Capo e dalla sua creatura.
Il ritorno sostanziale alla democrazia parlamentare e alle sue logiche istituzionali dovrà essere, quindi, anche un ritorno alla consapevolezza della parzialità, della limitatezza, delle persone e delle politiche; alla misura, insomma, dopo la dismisura; alla realtà, dopo il sogno populista e comunitario.
Carlo Galli
La Repubblica, 30 settembre 2009
tutto l'articolo QUI
Non sarà fascismo ma certo che quel "Noi" riecheggia da vicino quel "A noi" del Ventennio.
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martedì 20 gennaio 2009
Israele parli con Hamas
[...]
Arriverà il giorno in cui cercheremo di curare le ferite che abbiamo procurato oggi. Ma quel giorno arriverà davvero se non capiremo che la forza militare non può essere lo strumento con cui spianare la nostra strada dinanzi al popolo arabo? Arriverà se non assimileremo il significato della responsabilità che gli articolati legami e i rapporti che avevamo in passato, e che avremo in futuro, con i palestinesi della Cisgiordania, della striscia di Gaza, della Galilea, ci impongono?
[...]
Parlare con i palestinesi. Questa deve essere la conclusione di quest'ultimo round di violenza. Parlare anche con chi non riconosce il nostro diritto di vivere qui. Anziché ignorare Hamas faremmo bene a sfruttare la realtà che si è creata per intavolare subito un dialogo, per raggiungere un accordo con tutto il popolo palestinese. Parlare per capire che la realtà non è soltanto quella dei racconti a tenuta stagna che noi e i palestinesi ripetiamo a noi stessi da generazioni. Racconti nei quali siamo imprigionati e di cui una parte non indifferente è costituita da fantasie, da desideri, da incubi.
[...]
Parlare, perché ciò che è avvenuto nelle ultime settimane nella striscia di Gaza ci pone davanti a uno specchio nel quale si riflette un volto per il quale, se lo guardassimo dall'esterno o se fosse quello di un altro popolo, proveremmo orrore. Capiremmo che la nostra vittoria non è una vera vittoria, che la guerra di Gaza non ha curato la ferita che avevamo disperatamente bisogno di medicare. Al contrario, ha rivelato ancor più i nostri errori di rotta, tragici e ripetuti, e la profondità della trappola in cui siamo imprigionati.
David Grossman
Tutto l'articolo QUI
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giovedì 5 giugno 2008
«Vanità, invidia e calunnie vizi capitali anche nella chiesa»
Tutti questi peccati, nessuno escluso, sono stati commessi nella storia del mondo, ma non solo. Da laici, ma anche da preti, da suore, da religiosi, da cardinali, da vescovi, e anche da papi. Tutti.
E poi c'è anche l'inganno che per me è anche fingere una religione che non c'è. Fare le cose come se si fosse perfettamente osservanti ma senza nessuna interiorità.
Il vizio clericale per eccellenza: l'invidia. Ci sono persone logorate dall'invidia che dicono "Che cosa ho fatto io di male perché il tale fosse nominato vescovo e io no".
Devo dirvi anche della calunnia: beate quelle diocesi dove non esistono lettere anonime. Quando io ero arcivescovo davo il mandato di distruggerle. Ma ci sono intere diocesi rovinate dalle lettere anonime, magari scritte da Roma.
Ci piace più l'applauso del fischio, l'accoglienza della resistenza. E potrei aggiungere che grande è la vanità della Chiesa. Grande. Si mostra negli abiti. Un tempo i cardinali avevano sei metri di coda di seta. Ma continuamente la chiesa si spoglia e si riveste di ornamenti inutili. Ha questa tendenza alla vanteria.
Anche nella Curia romana ciascuno vuole essere di più. Ne viene una certa inconscia censura nelle parole. Certe cose non si dicono perché si sa che bloccano la carriera. Questo è un male gravissimo della Chiesa, soprattutto in quella ordinata secondo gerarchie perché ci impedisce di dire la verità. Si cerca di dire ciò che piace ai superiori, si cerca di agire secondo quello che si immagina sia il loro desiderio.
Ci sono vescovi che non parlano perché sanno che non saranno promossi a sede maggiore. Alcuni che non parlano per non bloccare la propria candidatura al cardinalato.
E poi c'è anche l'inganno che per me è anche fingere una religione che non c'è. Fare le cose come se si fosse perfettamente osservanti ma senza nessuna interiorità.
Il vizio clericale per eccellenza: l'invidia. Ci sono persone logorate dall'invidia che dicono "Che cosa ho fatto io di male perché il tale fosse nominato vescovo e io no".
Devo dirvi anche della calunnia: beate quelle diocesi dove non esistono lettere anonime. Quando io ero arcivescovo davo il mandato di distruggerle. Ma ci sono intere diocesi rovinate dalle lettere anonime, magari scritte da Roma.
Ci piace più l'applauso del fischio, l'accoglienza della resistenza. E potrei aggiungere che grande è la vanità della Chiesa. Grande. Si mostra negli abiti. Un tempo i cardinali avevano sei metri di coda di seta. Ma continuamente la chiesa si spoglia e si riveste di ornamenti inutili. Ha questa tendenza alla vanteria.
Anche nella Curia romana ciascuno vuole essere di più. Ne viene una certa inconscia censura nelle parole. Certe cose non si dicono perché si sa che bloccano la carriera. Questo è un male gravissimo della Chiesa, soprattutto in quella ordinata secondo gerarchie perché ci impedisce di dire la verità. Si cerca di dire ciò che piace ai superiori, si cerca di agire secondo quello che si immagina sia il loro desiderio.
Ci sono vescovi che non parlano perché sanno che non saranno promossi a sede maggiore. Alcuni che non parlano per non bloccare la propria candidatura al cardinalato.
Bel quadretto, pennello di cardinale.
via
Technorati Tags: carlo maria martini, vescovi, cardinali, papa, vizi della chiesa, invidia, omertà
martedì 20 maggio 2008
Il colmo dell'illusione è anche il colmo del sacro
L'amica Filo in questo commento di due post fa ha affrontato un tema enorme che altro che blog ci vorrebbe per discuterlo. Quello sulla sacralità e sul divino. Riporto due citazioni sul tema.
E senza dubbio il nostro tempo... preferisce l'immagine alla cosa, la copia all'originale, la rappresentazione alla realtà, l'apparenza all'essere... Ciò che per esso è sacro non è che l'illusione, ma ciò che è profano è la verità. O meglio, il sacro si ingrandisce ai suoi occhi nella misura in cui al decrescere della verità corrisponde il crescere dell'illusione, in modo tale che il colmo dell'illusione è anche il colmo del sacro.
Feuerbach, Prefazione alla seconda edizione de L'essenza del cristianesimo
Feuerbach, Prefazione alla seconda edizione de L'essenza del cristianesimo
L'intera vita delle società, in cui dominano le moderne condizioni di produzione, si annuncia come un immenso accumulo di spettacoli. Tutto ciò che era direttamente vissuto si è allontanato in una rappresentazione.
Guy Debord, La società dello spettacolo
Guy Debord, La società dello spettacolo
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sabato 12 aprile 2008
Bob Dylan, poeta
Questo sabato, come ogni tanto faccio, niente poesia, ma una notizia che con la poesia ha a che fare.
Il Pulitzer a Bob Dylan si spera cancelli un equivoco durato anche troppo. Quello di chiedersi se il cantautore sia un poeta d’alloro. Con Dylan sembrava ovvio domandarselo, le parole e i suoni delle sue canzoni costituiscono una lunga colonna sonora della Storia militare e sociale dei nostri anni. «Avevo cominciato dal niente», scrive Dylan nella autobiografia «Chronicles» (Feltrinelli). Un «niente» che andava a cercarsi Omero e Villon, il Modern Jazz Quartet e frasi di Malcolm X, con l’ingordigia che nel «niente» ci stanno storie e canzoni con la chitarra o la fisarmonica.
dal fulmine di Nico Orengo
[ *** ]
dal fulmine di Nico Orengo
domenica 24 febbraio 2008
Potessero ancora...
Gregorio XVI
Assurda ed erronea sentenza, o piuttosto delirio, che si debba ammettere e garantire a ciascuno la libertà di coscienza: errore velenosissimo, a cui apre il sentiero quella piena e smodata libertà di opinione che va sempre aumentando a danno della Chiesa […] Pessima, né mai abbastanza esecrata ed aborrita libertà della stampa nel divulgare scritti di qualunque genere; libertà che taluni osano invocare e promuovere con tanto clamore. Inorridiamo, Venerabili Fratelli…
Gregorio XVI, enciclica Mirari vos, 15 agosto 1832
Gregorio XVI, enciclica Mirari vos, 15 agosto 1832
Via Diary
mercoledì 13 febbraio 2008
Guardatevi la lingua e meditate
Sana abitudine è tirar fuori la lingua alla tua immagine allo specchio. Da un canto è necessario, quotidianamente, ridere un po' di sé; e inoltre approfittane per dare un'occhiata al suo colore e alla sua consistenza. La lingua è una grande depositaria di segreti, come organo interno che abbiamo all'esterno. Come leggere i segni della tua lingua? Ah, questo alfabeto è oscuro dato che ogni lingua ha il proprio. Conoscere se stessi non è altro che conoscere la propria lingua: guardala, indaga nei suoi monticelli e seni, pensa a cosa farai oggi con lei. Non essere una lingualunga. Prima del pettegolezzo, della menzogna, dell'infedeltà, morditela tre volte: dopo, se vuoi, liberala.
Héctor Abad Faciolince
Trattato di culinaria per donne tristi
Grazie Lara per esserti prestata al gioco.
lunedì 21 gennaio 2008
Valzer
Mi dimetto per accuse ingiuste, mi difendano tutti o sarà crisi
Clemente Mastella
Clemente Mastella
Non mi dimetto per accuse ingiuste, mi difendano tutti o sarà crisi
Alfonso Pecoraro Scanio
Alfonso Pecoraro Scanio
Esercizi di stile, volete fare il vostro?
Metto in evidenza questo commento di Gimmi
Arfonso e sor Clemente
nun hanno fatto gnente
e sono tanto bboni,
un da le dimissioni.
Clemente e sor Arfonso
dar core sempre intonso
l'aureola sulla testa
chi nun se sloggia resta.
lunedì 12 novembre 2007
Il paradosso della pigrizia
Spesso rimproveriamo gli altri per la lor pigrizia, perché noi stessi ne siamo colpevoli. Qualche giorno fa due giovani donne sedevano vicine lavorando a maglia, quando una dice all'altra: «Viene un freddo dannato da quella porta, sorella, tu che sei più vicina, chiudila per favore». L'altra, che era più giovane, si degnò di dare un'occhiata alla porta, ma rimase seduta e non disse nulla. La maggiore lo ripeté due o tre volte, e alla fine, poiché l'altra non rispondeva e non accennava a muoversi, si alzò e chiuse la porta. Tornando a sedere, lanciò alla più giovane un'occhiataccia, e disse: «Dio, sorella Betty, non vorrei essere pigra come te per tutto l'oro del mondo»; e lo disse con tanta forza da diventare rossa in volto. Riconosco che la più giovane avrebbe dovuto alzarsi, ma se la più grande non avesse dato tanto peso alla sua fatica, avrebbe chiuso lei stessa la porta, non appena le avesse dato fastidio il freddo, senza dire alcuna parola. Distava dalla porta solo un passo più della sorella, e quanto all'età non vi erano nemmeno undici mesi di differenza fra di loro, ed entrambe avevano meno di vent'anni. Ho pensato che fosse difficile stabilire chi delle due fosse la più pigra.
Bernard Mandeville La favola della api 1724.Paradosso irrisolvibile sulla pigrizia oppure qualcuno sa dire quale delle due sorelle è la più pigra?
Technorati Tags: pigrizia, paradossi, api, Bernard Mandeville, La favola della api
domenica 28 ottobre 2007
La coca è un dono di Dio
I narcos noi li arrestiamo. Quello che mi interessa difendere sono le coltivazioni legali. Combatto l'idea dell'estinzione forzata della pianta di coca, per noi è sacra, e un dono di Dio.
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Facciamo così. Mandiamo il Vaticano a New York e le Nazioni Unite a Roma. Credo che convenga anche a voi italiani.
Evo Morales, presidente della Bolivia, che oggi è in visita in Italia. Da questa intervista.[...]
Facciamo così. Mandiamo il Vaticano a New York e le Nazioni Unite a Roma. Credo che convenga anche a voi italiani.
Ogni giorno che passa questo presidente mi diventa sempre più simpatico.
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