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mercoledì 31 marzo 2010

L'agire contro logica

Ieri al supermercato, e non è la prima volta. Alle casse. C'è n'è una che accetta solo chi ha meno di dieci prodotti. Ha otto persone in fila. A fianco una cassa normale con un solo cliente che sta già pagando. Ho sette prodotti, ma perché fare la coda alla cassa dei dieci prodotti quando posso passare subito dalla cassa normale? E i pirla che sono lì in fila possibile che non ci abbiano pensato? Possibile, anzi certo.

Altra scena a cui assisto spesso. Siamo su un treno che arriva in stazione, di quelle che hanno i binari che finiscono lì, come Torino Porta Nuova o Milano Centrale. La gente si prepara a scendere, e tutti, o quasi tutti, si mettono in fila nel corridoio verso la portiera che sarà più vicina alla testa del binario. E intanto non si rendono conto che se scendessero dall'altra, più distante ma non intasata, guadagnerebbero prima l'uscita.

Ma perché in certe situazioni, e quelle che ho citato sono fra le più innocue, ci trasformiamo in pecore mandando a farsi benedire anche quel minimo di raziocinio che servirebbe?

lunedì 29 marzo 2010

Sta succedendo una cosa strana

Ore 20,17
Sta succedendo una cosa che non so spiegarmi. Se avete un blog su piattaforma blogger quasi sicuramente vi è sparita, se c'era, la foto della testata, l'header insomma.

Subito ho pensato a lavori in corso sui server, ma poi mi sono ricordato che le mie foto non risiedono sulle macchine di google ma sono collocate in uno spazio mio. Sono andato a vedere e dalla cartella era sparita proprio quella foto che ho di nuovo inserito e adesso si vede. Aspetto sviluppi ed eventuali chiarimenti.

22,15
Allarme rientrato. Rimane il mistero della mia foto sparita.

Sequestrate le carriole a L'Aquila

L'Aquila - Verbale di sequestro di una carriola

Ieri
OGGETTO: Verbale di sequestro di una carriola, in pessimo stato di conservazione, con contenitore in ferro di colore blu, con legatura in ferro sotto il contenitore, e cerchio ruota di colore viola, e di due pale con manico in legno a carico di...


Poi dicono che mancano le forze dell'ordine. Ma quando mai?

Da Anna e qui

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domenica 28 marzo 2010

Mia madre è un mito

Mia madre ha avuto un ictus un mese e mezzo fa: era rimasta paralizzata in tutta la parte destra del corpo.

Non parlava, non riconosceva nessuno e quando, dopo due settimane, ha cominciato lentamente a riprendere i movimenti, i medici stessi hanno gridato al miracolo: loro non potevano sapere con che tempra è stata forgiata quella donna.

La testa era rimasta però altrove, assieme alla parola: non riconosceva i suoi figli, i suoi nipoti e nessun’altra persona che faceva parte della sua vita; ci siamo detti che averla viva e non costretta ad una vita di vegetale in un letto per gli anni che le sarebbero rimasti, era una grandissima fortuna.

Così com’è stata una fortuna incontrare Anna, la signora rumena che da assistente in ospedale è diventata la donna che ora vive con lei, avendo ancora io la fortuna di lavorare a tempo pieno; mio fratello un po’ meno, costretto alle pause forzate della cassa integrazione ma con l’impegno di essere disponibile anche con un preavviso di poche ora.

Se un mese fa, il giorno che l’hanno dimessa dall’ospedale, mi avessero detto quanto oggi sarebbe successo, avrei riso forte per non piangere.

Io non lo so se è stata l’ora legale, o perché oggi c’è un sole splendido e tiepido come la stagione vuole. Oppure se sono stati i suoi ricordi, che sono ancora fermi a prima della guerra, quando ha conosciuto mio padre in montagna, a combattere per ciò di cui non conoscevano il significato etimologico della parola ma che sapevano essere la cosa per cui valeva battersi.

Credo che quel periodo è vivo e vivido come non mai in lei, perché qualche giorno fa mentre era ancora in ospedale, tra una parola e l’altra pressoché incomprensibili, mi ha nominato il Duce.
Le risposi che il Duce non c’era più da tempo, che era morto e che adesso c’era Berlusconi, che lei odia forse più di me, anche se pare incredibile.

Fatto sta che ieri mattina, mentre io e Anna le facevamo la doccia, le ho detto che doveva cercare la sua scheda elettorale. Ha cominciato a dire no no no no e solo l’entrare nel mio ruolo di cattivissima figlia degenere l’ha convinta ad accompagnarmi in camera e farmi frugare dove, presumibilmente, era riposta la scheda elettorale.

Stamattina il cambio dell’ora legale mi ha fatto arrivare a casa sua con dieci minuti di ritardo: era in cortile con Anna che mi aspettava. Sono scesa dall’auto che ho parcheggiato nel viale e ha pronunciato, per la prima volta dalla sera prima che l’ictus venisse a turbarle la testa, il mio nome.

Chiaro, lo ha detto: «Daniela, metti la macchina nel cortile», questo mi ha detto.
Ero sbalordita, sapete? Il mio nome, pronunciato chiaramente da chi, fino a due giorni fa, mi guardava come non sapessi chi fossi, che cosa volessi da lei e perché continuavo a sgridarla e dirle di smettere di piangere.

Le ho risposto che avrei parcheggiato dentro in cortile dopo che saremmo tornate dal seggio.
Poi le ho proposto di andare al cimitero a trovare mio padre.

Mi ha guardato e senza dire nulla mi ha preso per mano, accompagnandomi fino al ripostiglio dove tiene le scarpe. Ne ha scelto un paio, si è seduta perché le potessi infilare, poi si è alzata, ha preso la busta con il certificato elettorale, mi ha indicato dove potevo trovare la sua carta d’identità ed è salita in macchina.

Per salire la rampa della scuola dove lei vota da anni, scelta obbligata alle scale che fatica a salire col suo lento passo traballante, ci abbiamo messo dieci minuti ma non abbiamo nulla da fare io e lei, oggi, se non fare venire sera.

Ho consegnato il certificato elettorale e la carta d’identità ai ragazzi dei seggi, ho chiesto loro se potevo entrare con lei in cabina e mi hanno detto di no, che ci sarebbe voluto una certificazione medica, potevo solo accompagnarla ma non essere presente mentre lei esprimeva la sua preferenza.
Una volta aperta la scheda le ho chiesto se sapeva dove mettere la croce, sapendo che non sarebbe mai stata in grado di scrivere un nome, ma la croce sì.
Credo mi abbia risposto qualche cosa come «non sono mica rimbambita».

Ed è una delle sue risposte, l’unica che volevo sentire e che anelavo di udire da un mese e passa, perché in quel momento ho dimenticato la sua malattia: era la mia mamma di sempre, l’unica mamma che vorrei, quella che non cambierei con nessun’altra, litigate, scazzi, pianti, accuse, pianti, sensi di colpa, riappacificazioni comprese.

Quando siamo risalite in macchina credo mi abbia detto che non era proprio una croce ma un segno, non è riuscita a farla una bella croce ma che importa?
So che qualsiasi cosa fosse, l’ha messo sul simbolo del PD.

E non accetterò mai che nessun medico mi dica che l’ha fatto per imitazione: lei sa che cosa è il PD anche se spesso inveiva dicendo che sono anche loro uguali a tutti gli altri.

Dopo siamo andati al cimitero, si è messa a piangere davanti alla foto di mio padre e lo ha chiamato per nome: oggi è stato il giorno dei nomi, quelli che aveva perso e che forse domani non ricorderà più.

Ma oggi…
Oggi è una di quelle giornate che pagheresti perché fosse così, esattamente come si è svolta da stamattina alle nove.

Non vorrei cambiarne una virgola.

Perché vedere oggi mia madre com’è non ha prezzo, per tutto il resto, userò la Visa.

Ora dorme e io posso piangere.

Daniela

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Buon voto



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sabato 27 marzo 2010

Uff, ce l'ho fatta a regalare un libro a uno sconosciuto

Ieri, come forse avrete visto, c'era altra carne al fuoco di questo blog e quindi ne scrivo oggi. Voglio dire di quella iniziativa di cui avevo parlato e che si doveva svolgere venerdì 26 marzo, ieri appunto. Regalare un libro a uno sconosciuto era l'impresa.

Non me ne sarei potuto dimenticare perché da quando avevo pubblicato il post, tutte le volte che uscivo di casa, mi occhieggiava dalla mensolina vicino alla porta un post-it verde appiccicato su un volumetto con su scritto "26 marzo, regalare".

E dunque ieri mattina me lo sono portato dietro senza avere minimamente idea, anche solo vaga, di cosa avrei fatto. Sono arrivate le sei e mi sono immerso nel flusso caotico di corso Buenos Aires che a quell'ora del venerdì è una fiumana di gente a cui sembra abbiano aperto le grate per una libera uscita di due giorni, ognuno con la testa chissà dove.

Ora io non sono timido, chi mi conosce lo sa, ma un conto è fermare una persona per chiedere un'informazione, altro è fermarla e dirle «Ecco qua, guardi che bel regalo per lei». E proprio così ho fatto, dopo qualche indugio interiore, quando ho visto una signora dal volto simpatico e un po' intellettuale, almeno così a me era parso. «Guardi che non compro niente» è stata la reazione un po' seccata e ha tirato dritto.

Ci sono rimasto male, ma poi ho riflettuto. Chi mai regala qualcosa al giorno d'oggi? Così, tanto per regalare, senza nessuna contropartita, quando tante volte la contropartita è ben più pesante del "regalo". Sarebbe stato difficile trovare una persona disponibile e non premunita.

Idea. Mi sono piazzato allora all'entrata della metropolitana, stazione Lima, come un Testimone di Geova, con in mano il libro al posto della loro Torre di Guardia. Dentro di me ridevo di me, di quella mia situazione del tutto insolita all'inizio apparentemente ridicola. Ma poi ho cominciato a guardare la gente, i loro occhi negli attimi che incrociavano i miei e le loro espressioni, che andavano da un malcelato interesse a una curiosità palese cui però non seguivano domande, da un ostentato diniego a occhiate in tralice non ben identificate.

Sarò rimasto tre o quattro minuti a fare il palo un po' ondeggiante, quando si ferma un giovane uomo, sulla trentina «Ne ho sentito parlare parecchie volte di questo libro ma non l'ho mai letto. Cosa fa lei qui?» «Sono qui per regalarlo» «Dov'è il trucco?» «Niente trucco, prenda» «Allora grazie mille» e aveva già imboccato le scale per scendere sottoterra. Fine prematura della storia. Chissà mai cosa avrà immaginato di me.

Il libro era "1984" di George Orwell nell'edizione economica della Feltrinelli. Se non l'avete mai letto ve lo consiglio. E se l'avete già letto e ve lo siete dimenticato vi consiglio di rileggerlo.