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domenica 10 ottobre 2010

Auguri a Gianni Berengo Gardin






Oggi Gianni Berengo Gardin, uno dei maestri della fotografia italiana, compie la bellezza di ottant'anni. Auguri da parte di noi tutti che la fotografia la pratichiamo e la amiamo.

E proprio oggi sarà festeggiato dagli amici qui a Milano alla Fondazione Forma.


Cominciai sentendomi artista
inquadrando i bei tramonti.
Scoprii poi che la poesia stava
altrove, più o meno dove i fotografi
di allora non guardavano mai,
nei luoghi ordinari, nei gesti
semplici, in un pescatore che fuma,
in una ragazza che saluta...







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sabato 9 ottobre 2010

Le scarpe slacciate


Questa storia dei lacci delle scarpe mi accadde per la prima volta a Torremolinos. Una sera di primavera inoltrata me ne andavo un po’ a zonzo tranquillamente e quasi perdendomi qua e là lungo le vie della bella parte antica del paese. Faceva ancora caldo. Le porte delle piccole case bianche erano aperte, davanti a esse stavano sedute le mamme e le nonne. I bambini giocavano. Si potevano vedere quadri di santi all’interno delle stanze e udire la gente che gridava da una casa all’altra. Gruppi di ragazzi e di ragazze passeggiavano - separatamente - su e giù per le vie, chiamandosi a vicenda e ridendo e cinguettando.

Ero tra di loro, ma essi vivevano nel loro mondo, io nel mio. Dunque questa, pensavo, è quella che Ferdinand Tönnies chiamava Gemeinschaft, una comunità chiusa, dove gli individui sono strettamente vincolati gli uni agli altri, in opposizione alla Gesellschaft, la «società» delle grandi città. A un certo punto ebbi l’impressione che le donne mi stessero dicendo qualcosa. Una ragazzetta mi si avvicinò, ridendo, guardandomi appena, di sottecchi. Pensai: «Però, precoce la piccola, fa già la civettuola!». Ma lei nascose il volto timidamente dietro le mani e corse da sua madre. Poi una ragazza poco più grande venne verso di me e indicò le mie scarpe. Finalmente capii: avevo le stringhe slacciate che penzolavano sulla strada. È una cosa che mi capita così spesso che ormai non ci faccio più caso.

Ma le donne, attente, se n’erano accorte, e ovviamente temevano che l’anziano straniero potesse inciampare e farsi del male. Così, osservato e incoraggiato da donne, uomini e bambini attorno a me, mi allacciai le stringhe con cura e, ridendo verso i volti che mi circondavano amichevolmente, ringraziai tutti. Poi il piccolo trambusto cessò e la vita riprese il suo corso consueto. È di certo una Gemeinschaft, dissi tra me e me; nessuno è un perfetto straniero. Ma la mia coscienza sociologica mi corresse: come puoi sapere quel che accade, se non sei là dove accade? Il giorno dopo lasciai le stringhe slacciate a bella posta, camminando in quella che forse è la via principale di Torremolinos, dove ci sono i turisti. E, come mi aspettavo, nessuno vide il pericolo; o meglio: talvolta qualcuno passando vicino sembrava accorgersi dei lacci che ciondolavano slegati, ma se ne guardava bene dall’avvertirmi. Dopo due ore cessai l’esperimento.
[continua]

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Norbert Elias

L'illusione del quotidiano
Sociologia con le scarpe slacciate

Medusa
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Ho riportato un passo tratto da questo libro fresco di stampa perché io vivo di prevalenza in una società aperta, cioè a Milano (Gesellschaft) ma sovente vivo anche in una società chiusa quando mi reco al paesello (Gemeinschaft) e quindi conosco gioie e dolori di entrambi i vissuti. Per me sono due camere di compensazione, l'una dell'altra. La metropoli mi dà continui stimoli e il paesello mi regala la tranquillità che dopo un po' di giorni però mi assopisce.

Io non vedo, a parte alcuni, dove voi viviate. Ecco mi piacerebbe sapere se siete contenti del posto o se lo cambiereste volentieri con un altro.

OT
Se a qualcuno interessa ho fatto un altro aggiornamento a Il dito medio di Cattelan.


venerdì 8 ottobre 2010

Al rogo il libro di Berlusconi


Sono dieci milioni le copie di un "libro" che verrà inviato non richiesto agli italiani e che illustrerà le meraviglie fatte nascere e splendere da questo gioiello di governo che sta mantenendo in maniera encomiabile tutte le promesse che aveva fatto in campagna elettorale.

Non vado qui a sindacare la quantità di denaro che comporterà questa operazione di propaganda di regime pagata con i soldi presi dalle nostre tasche dove mettono le mani tutti i giorni, più volte il giorno, ma penso invece a una nostra reazione possibile e fattibile.

Ora io sono sempre stato visceralmente contrario al bruciare qualunque libro, sia pur esso portatore di idee contrarie alle mie, perché io i libri li amo, e le idee si combattono con altre idee. Ma questi che verranno sventagliati non sono libri ma solo accozzaglie di menzogne mal condite scritte dai ghostwriter mercenari che bivaccano nei retrobottega di palazzo Grazioli e palazzo Chigi.

E allora m'è venuta un'idea. Organizzare nelle piazze roghi di questi volumi che ci arriveranno a casa. Ma poi, a pensare alle tonnellate e tonnellate di carta in fumo, ho cambiato proposito. Magari bruciarne uno a titolo simbolico e tutti gli altri a riempire i cassonetti della raccolta differenziata. Sarebbe un bel sabba, da ballare tutti assieme.

Vi piace?

Aggiornamento 9 ottobre
Ringrazio tutti per i numerosi interventi, il che vuol dire che l'argomento è sentito. Emerge che il fuoco è simpatico a pochi mentre il rispedire al mittente il libello sembra l'opzione in netta maggioranza. Per quanto mi riguarda la cosa più importante non è tanto il metodo ma il fatto che l'azione sia collettiva, aspetto che pochi hanno sottolineato, sia qui sul web che nel mondo reale. C'è tempo per organizzare e vedo, come segnala Ross che altri si stanno già muovendo. Non capisco invece questa pagina di Facebook segnalata da Daniele che è datata 31 dicembre.

Al momento opportuno ci sarebbe da fare un post collettivo con un bel logo e anche vignette.
Qui di seguito i blogger che ci stanno. Basta che diciate sì in un commento e verrete aggiunti alla lista.

Comincio col mettere queste amiche che da quello che scrivono mi sembra abbiano già dato l'assenso. Ross e Pia le conosco di persona, Daniela e Tina no, ma un giorno o l'altro chissà.

Pia
Ross
Tina
Daniela
Gattonero
Baol
Vincenzo
Daniele
Ornella
Princi
Daniela
Enzo
Bastian Cuntrari
Lu
Romina
Arcureo

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giovedì 7 ottobre 2010

Tarallucci e vino?

Il 27 settembre Umberto Bossi l'aveva cantato forte e chiaro «I romani sono dei porci», proprio così «dei porci». E il Trota che gli era a fianco, da fine politico qual è, a sganasciarsi. Non si erano mica sganasciati, ma proprio per niente, i romani, né tanto meno il loro sindaco Alemanno che in una lettera indirizzata a Berlusconi aveva minacciato querela se l'Umberto non si fosse rimangiato quella lorda offesa che aveva vomitato. Ma non si era mosso di un millimetro. E al suo posto si erano dati da fare i leccapiedi avanzando l'idea che «bisogna considerare il contesto in cui l'ha detto» (ricordate ieri?) mentre il premier lo assolveva con «ma è una battuta, non l'avete capito?».

No, Roma non l'aveva proprio capito ed esigeva le scuse, pubbliche formali contrite. Ora non si sa bene chi abbia fatto breccia nel testone coriaceo del capo della Lega, sta di fatto che queste scuse sono arrivate e ieri in piazza Montecitorio, nella Roma ladrona e mangiona, Bossi si è riappacificato (momentaneamente, è d'obbligo dirlo) con la città e col suo sindaco, allestendo un'abbuffata che si è trasformata in una pagliacciata tra i dieci gazebo bianchi ricolmi di salumi, parmigiano reggiano, trippa, cicoria ripassata e litri di vino dei Castelli e Lambrusco, più polenta, pajata e rigatoni al sugo di coda alla vaccinara.

Dicevo della pagliacciata. Da una parte i leghisti con bandiere della Padania che osannavano «Bossi, Bossi», dall'altra i rappresentanti del Popolo di Roma «Alemanno, Alemanno sindaco di Roma». E Renata Polverini che imboccava il Senatur direttamente dalla sua forchetta come potete vedere dalla foto.

Avevo intitolato un post precedente Gli ultimi giorni di Pompei, qui siamo alla provocazione indecente, se volete simbolica, ma sempre provocazione e sempre indecente verso un Paese che sappiamo tutti le tempeste che sta attraversando e i naufragi che queste stanno provocando.

Tarallucci e vino? Apparentemente sì oggi, ma domani, crisi o non crisi di governo, potranno anche essere coltellate, tra di loro.

Renata Polverini, governatrice del Lazio, mentre imbocca Bossi.

mercoledì 6 ottobre 2010

Il contesto

Stimolata da un giornalista del Corriere a dire la sua sulle sparate ad alzo zero di Berlusconi contro la magistratura che l'ha definita «un'associazione a delinquere» il ministro Prestigiacomo ha dichiarato con nonchalance «Non prendo sul serio le battute decontestualizzate».

Monsignor Fisichella, che non è un ingenuo prete di campagna ma addirittura il presidente del Pontificio Consiglio per la promozione della Nuova evangelizzazione, non stimolato da nessuno ma di sua spontanea iniziativa di fronte alla bestemmia di Berlusconi se n'è venuto a dire che «Bisogna saper contestualizzare le cose» rendendo così omaggio alla clemenza misericordiosa di Santa Madre Chiesa.

E poi un esercito di pappagalli (è risaputo che se ammaestrati parlano ma non sanno quello che dicono) a ripetere «contestualizzare, contestualizzare, contestualizzare».

Eppure è proprio contestualizzando quei momenti, quando la pancia e il cervello del premier sono tutt'uno, viene da dire che sono i soli autentici, quando lui bestemmia e insulta i giudici, i soli momenti sinceri, contro la sua normale natura di mentitore.

Adesso ho capito. Il vero contesto è lui: il contesto in cui, nostro malgrado, ci costringe oggigiorno a vivere.

martedì 5 ottobre 2010

Nobel al padre della fecondazione artificiale. Il Vaticano attacca: «Inaccettabile»



Non ho fatto in tempo a passare la notizia a Portos caso mai gli ispirasse qualcosa che in un battibaleno mi ha scodellato questa bella vignetta. Grazie e poi ancora grazie.

domenica 3 ottobre 2010

Potrebbe essere l'inizio di un thriller, e invece è tutto vero, capitato a me

Mercoledì sera, esattamente alle 22 e quattordici m'è suonato il telefono.
«Pronto»
«Pronto, qui la polizia»
Non me l'aspettavo, proprio non me l'aspettavo.
Ero anche un po' stanco. E adesso quella telefonata, a quell'ora.

Ero dunque arrivato alla stazione Centrale verso le diciannove, e prima di prendere le mie cose, che son sempre le stesse, uno zaino e un piccolo trolley, avevo controllato come d'abitudine se avevo con me quei tre oggetti che sono come delle appendici inseparabili quando sono in viaggio: il portafogli, le chiavi, il cellulare. E, perdìo, quest'ultimo non mi risultava. Avrebbe dovuto essere nella tasca interna del giubbotto che avevo sistemato sulla mensola sopra la mia testa. E anche dopo un esame più accurato eseguito perquisendomi davanti e dietro e di lato, perdìo, proprio non mi risultava. Avevo allora guardato dietro i sedili e anche sotto sdraiandomi sul pavimento dello scompartimento. Niente di niente. Si sarebbe potuta fare la prova di chiamare, per sentire un eventuale squillo, ma ormai tutti i passeggeri erano scesi e così feci anch'io e mi avviai verso la metropolitana più interdetto che incazzato.

In questi casi uno si aggrappa a qualcosa. E io mi ero aggrappato al fatto che l'ultima telefonata l'avevo fatta dalla casa in Liguria, e quindi mi infilai nella speranza che lo avessi lasciato là. Appena arrivato al mio numero fisso chiamai più volte. Suonava, suonava a vuoto e quindi mi ero quasi convinto che proprio là fosse, su quel tavolinetto in cucina dove lo lascio di solito, e mi immaginai anche il musetto perplesso di Tigre a sentire quelle musichette ripetute. Non so perché ma non avevo voluto coinvolgere nessuno ad andare a verificare, anche se qualcuno si era offerto.

Ora, si sa, la sfiga si tira dietro altra sfiga. Dovevo scrivere per l'indomani un post e avevo bisogno della mail che mi aveva mandato Gian Paolo ma era stata scaricata su un portatile al momento non disponibile. Quindi dovevo mettermi in contatto con lui, ma come facevo se avevo solo il numero del telefonino? Dovete a 'sto punto sapere che tutta la rubrica presente sulla sim l'avevo salvata, ma salvata, maledizione!, proprio su quel portatile al momento non disponibile. Quindi non mi rimaneva come ultima risorsa che mandare un'altra mail all'amico per venirmi in aiuto, e gliela mandai subito e scrissi anche di questa disavventura.

Mi chiamò poco dopo e, sorpresa, sorpresona, mi diceva che questo benedetto cellulare non lo avevo dimenticato nella casa in Liguria ma al momento era nelle mani di una straniera non ben identificata che era in viaggio verso Genova e lo avrebbe consegnato alla polizia ferroviaria di quella città. Lo aveva contattato perché aveva visto quell'ultima telefonata fatta dalla Liguria e che era diretta proprio a lui.

Trasecolai, e anche dopo, quando si fece viva la polizia con la telefonata, di cui parlo all'inizio, dove dicevano che il mio cellulare era in mano loro. Finalmente al sicuro.

Così ieri mattina ho fatto un salto a Genova e mi si è presentata la fortunata combinazione di trovare negli uffici proprio l'agente che era di turno mercoledì sera, e proprio lui mi aveva avvisato. Tre moduli da riempire a mano con la spiegazione di tutta la vicenda. Ma il pc? Non mi faccia dire niente, questo è l'unico modulo non informatizzato, e tra l'altro non esiste nemmeno più la carta carbone. Metto tre firme e poi finalmente apre la busta. Sì, è lui. Era stato spento, lo accendo subito e comincia la mitragliata di sms di tutti quelli che non mi aveva trovato raggiungibile in questi giorni.

E allora mi viene spontaneo da domandare:
«Ma questa straniera chi è, ha un nome, un recapito? Ché vorrei ringraziarla, il minimo»
«No, non sappiamo chi è, è arrivata di fretta perché doveva prendere un altro treno, e non abbiamo avuto modo di identificarla, in casi del genere il regolamento non lo prevede»
«Potrebbe almeno descrivermela?»
«Sì, sì. Bionda, molto carina, di un Paese dell'Est, ma non saprei dire quale. Sulla trentina»
«Vestita come?»
«Jeans e un giubbetto di pelle nera».

Sobbalzo e cerco di non darlo a vedere. Una ragazza così, ma proprio così, era seduta al mio fianco, e il giubbetto nero lo aveva sistemato sopra il mio, anch'esso nero, e me lo aveva anche chiesto (le uniche parole scambiate, e avevo sentito un accento slavo) dato che tutte le mensole erano occupate. E poi ci fu solo un sorriso scaturito spontaneo e scambiato all'arrivo.

C'era un'ultima curiosità da risolvere, e di fronte a una risposta affermativa certe combinazioni si sarebbero raggomitolate in un mistero fitto di inquietudine.
«Non ha sentito se aveva addosso un profumo particolare?»
«Mi dispiace proprio, ma non sento quasi gli odori, una malformazione, per fortuna non era un impedimento alla visita medica per entrare in polizia».

Ancora adesso non so decidermi se questa risposta mi è arrivata come una delusione o come una liberazione.

Nelle due ore di viaggio che le sono stato vicino, mentre armeggiava con destrezza col suo iPhone e io dormicchiavo, m'è penetrato un misto di lavanda selvaggia, di muschio bianco, di gelsomino dry con sentori sullo sfondo di felci bagnate. Mai sentito prima, da identificarla meglio del DNA suo.

Osservo adesso questo cellulare che lei (lei chi?) ha avuto tra le mani. Forse ha lasciato una traccia bioelettronica dentro i circuiti. E lì non basta essere hacker per scoprirlo, bisogna essere prima druidi (ciao Paola) e poi anche hacker, proprio come me. Ma se scoprirò qualcosa me la terrò stretta.

Tutto assolutamente vero. Ne fa fede la testimonianza di Gian Paolo Lanteri e la polfer della stazione Principe di Genova.

sabato 2 ottobre 2010

Rampolli. Rampolli di Corea del Nord e di Padania

Corea del Nord - Ieri è stata pubblicata per la prima volta la foto di Kim Jong-un (a sinistra nella foto) terzogenito del dittatore Kim Jong-il ed erede designato

Qui la didascalia è inutile.

Anche senza che me lo diciate lo so che il paragone è forzato perché un abisso divide la Corea del Nord dalla Padania (sì, sì, Padania, che c'è da ridere?). Però a pensarci bene qualche nesso si può trovare.

Per esempio, con le dovute differenze, questo. In Corea del Nord nessuno si azzarderebbe a criticare la scelta del "caro leader" Kim Jong-il nel designare il suo successore perché farebbe di sicuro una brutta fine. In Padania, e anche fuori, nessuno tra i leghisti osa mettere becco nella scelta di fatto insindacabile di Bossi per il Trota. Ora sarei curioso di sapere se questi leghisti si trattengono da ogni osservazione perché si autocensurano e si turano il naso o se veramente pensano che la decisione del senatur per il figlio, che è risaputo non essere un'aquila, sia stata una mossa politica di tutto rispetto. In quest'ultimo caso poveri noi.