Ci sono voluti cent'anni, ma alla fine anche le ultime vittime rimaste ignote per tutto questo tempo hanno adesso un nome. Fu un disastro gravissimo che sconvolse New York e tutta l'America, sia per il numero dei morti, 146, 129 donne e 17 uomini, che per la modalità con cui si generò.
La Triangle Waist Company, una fabbrica di tessuti che occupava gli ultimi piani di un palazzo che ancora oggi si affaccia su Washington Square, teneva chiusi a chiave i lavoratori perché non abbandonassero il loro posto di lavoro. Quando l'incendio divampò, manco a parlarne di sistemi di allarme, e le scale antincendio logore crollarono subito. Pochissimi si salvarono. Sessantotto operaie si gettarono nel vuoto per sfuggire alle fiamme. Sei corpi carbonizzati non poterono essere riconosciuti e furono seppelliti in una tomba comune nel cimitero di Evergreens a Brooklyn.
Adesso, dopo cent'anni, grazie a Michael Hirsh, che si era appassionato a questa vicenda quando aveva scoperto che una delle vittime (Lizzie Adler, rumena, 24 anni, aveva vissuto nel suo stesso edificio) ogni corpo ha un volto un nome una storia. Per quattro anni ha rincorso con tenacia ogni singola traccia, anche minima, di quei sei miseri resti ed e riuscito a ricomporre i loro vissuti.
Max Florin, russo, 23 anni, che i genitori in un annuncio su un giornale speravano vivo "ma che impazzito dal dolore vagasse smarrito per la città". Poi cinque donne. Dore Evans, 18 anni, russa anche lei, Faiga Resnik, ucraina, lavorava in fabbrica da soli due giorni. E le tre italiane. Maria Giuseppa Lauletti, vedova siciliana con cinque figli piccoli. Josephine Cammarata, siciliana anche lei, di 18 anni, che avrebbe dovuto sposarsi di lì a qualche giorno. Concetta Prestifilippo, 18 anni, che ha una discendente, Christine, che si commuove a sentire la storia di questa sua antenata fino ad ora per lei sconosciuta.
Per la prima volta, oggi, in una cerimonia pubblica, tutte le vittime, saranno ricordate per nome, una per una, senza lacune.