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domenica 4 marzo 2012

Il blob della domenica #6

Ventisette anni fa, a quest'ora, dormivo in una bella nursery, pesavo 4,1 Kg e ignoravo che cosa mi attendeva.

Oggi indosso scarpe così basse che camminando perdo l'equilibrio.

La maiuscole stanno scomparendo. Del resto provate a dar loro l'intonazione giusta quando leggete ad alta voce.

Mi accorgo per la prima volta che gli uomini mi guardano, ma non sono così figa da stare antipatica alle donne.

Il primo segnale del delirio da potere è la sopravvalutazione del proprio humour.

Così tante coppie di nostri amici si stanno lasciando che restiamo insieme solo per fare quelli alternativi.

Gl elefanti che si dondolavano sopra il filo di una ragnatela, ritenendo la cosa interessante, cosa avevano nella testa? Segatura?


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venerdì 2 marzo 2012

Appello per la liberazione di Rossella



Nella notte tra il 22 e il 23 ottobre Rossella Urru ed altri due cooperanti spagnoli (Ainhoa Fernandez de Rincon, dell’Associazione amici del popolo saharawi, e Enric Gonyalons, dell’organizzazione spagnola Mundobat) sono stati rapiti da uomini armati, arrivati a bordo di diversi pick-up. Originaria della provincia di Oristano, Rossella Urru, 29 anni, è rappresentante della ONG Comitato Italiano Sviluppo dei Popoli (Cisp) e lavora da due anni nel campo profughi Saharawi di Rabuni, nel sud ovest dell’Algeria, coordinando un progetto finanziato dalla Comunità europea.

Rossella si occupava di rifornimenti alimentari, predisponeva la distribuzione con particolare riguardo alle necessità di donne e bambini. Rossella Urru è laureata in Cooperazione Internazionale presso la facoltà di Conservazione dei Beni Culturali di Ravenna, proprio con una tesi sul popolo Saharawi.
Dalla notte del sequestro non si hanno avuto notizie di Rossella Urru fino al mese di dicembre quando un gruppo dissidente dell’Aqmi (Jamat Tawhid Wal Jihad Fi Garbi Afriqqiya) ha rivendicato il rapimento.

Grazie a rapporti personali col popolo tuareg da parte del consigliere regionale Claudia Zuncheddu, sappiamo che Rossella è viva e che si trova in un territorio desertico quasi inaccessibile, crocevia di interessi contrastanti fra governi e movimenti, dove ovviamente assume rilevante importanza l’intreccio delle funzione di mediazione di soggetti diversi. I sequestratori mirano ad un riscatto per acquistare armi necessarie alla loro lotta per l’indipendenza. Il governo algerino, che conosce il territorio desertico a palmi, tuttavia non è favorevole alla mediazione con riscatto visto che sarebbe il destinatario di una insurrezione armata da parte del fronte del Polisario armato. In aggiunta il governo francese, spinto da mire neocolonialiste, è fortemente interessato alla liberazione forzata dei ragazzi sequestrati, mettendo così a rischio la loro incolumità.

Sono passati 118 giorni dal suo sequestro e rivendichiamo la sua liberazione, il silenzio che la circonda è assordante.

Lasciamo ai servizi ed alle ambasciate rispettivi ruoli e rispettiamo il desiderio dei familiari di mantenere basso il profilo sulle trattative tuttavia dobbiamo fare in modo che si parli di questo sequestro per spingere le nostre amministrazioni, i nostri governi e quanti più Stati possibile ad intraprendere azioni diplomatiche per la liberazione di Rossella.
Forse i suoi sequestratori fanno paura ai diplomatici.
Forse il sequestro è capitato in un momento storico in cui tutte le attenzioni dei governi sono rivolte allo spread, ai bond, alle borse, ai mercati e alle finanze.
Forse è capitato proprio quando in Italia si è verificato un cambio traumatico di governo e si affronta una crisi economica gravissima.
Ma non si può perdere altro tempo e tutti noi dobbiamo chiedere a gran voce che le autorità competenti rivolgano la massima attenzione al problema della liberazione di Rossella.
Il nostro appello è rivolto alle organizzazioni, alle ambasciate, ai mediatori, ai servizi ed ai governi, centrale e regionale, perché utilizzino tutti i mezzi e tutte le strategie possibili per riportare Rossella a casa quanto prima.
Il fratello di Rossella dice: «le parole cedono di fronte a tanto assurdo, si sgonfiano e sembrano afone. Eppure, in questa vibrante impotenza in cui ci troviamo, sono quel poco che ci è concesso, un nonnulla che tenta di colmare un abisso e una distanza insospettati; che riescono appena a tenerci in piedi, a farci avanzare».
Parliamo di Rossella fino a diventare afoni anche noi, parliamo di lei e di questo popolo abbandonato nel mondo che lei ha voluto aiutare nonostante i troppi rischi.

Donne Viola




Per informazioni più dettagliate e per le testimonianze di alcuni eventi per la liberazione di Rossella rimandiamo ai link di articoli pubblicati nel blog “DonneViola”.
http://donneviola.wordpress.com/2011/12/13/liberate-rossella-urru/
http://donneviola.wordpress.com/2012/02/01/per-fare-rete/
http://donneviola.wordpress.com/2012/01/31/violeta-martin-pedregal-per-rossella-urru-ainhoa-fernandez-de-rincan-e-enric-gonyalons/
http://donneviola.wordpress.com/2012/01/24/vespagiro-per-rossella-urru/

I familiari hanno aperto un blog per raccogliere lettere, documenti, testimonianze o articoli di stampa per mantenere viva l’attenzione sul sequestro:
www.rossellaurru.it.

Queste le due pagine facebook dedicate alla richiesta di liberazione di Rossella:
https://www.facebook.com/groups/rossellalibera/
https://www.facebook.com/pages/Vogliamo-Rossella-Urru-e-i-colleghi-Spagnoli-liberi-sani-e-salvi/239516446106962



Aggiornamento 3/3 12.34

L’emittente araba Al-Jazeera ha annunciato la liberazione di Rossella.




Ciao Lucio


mercoledì 29 febbraio 2012

Luci e penombre di Liguria



Domenica sono stato alla frontiera italo-francese di Ponte San Luigi per lo scoprimento della lapide dedicata al partigiano Jean Bolietto (ne avevo parlato in questo post) e poi sono andato a pranzo a casa di Enzo Barnabà a Grimaldi da dove ho scattato la foto sopra.

Lunedì invece, assieme alla mia amica del Louvre, ci siamo incuneati nella selvaggia e, per la stagione, gelida val Roja diretti al santuario di Notre Dame de Fontaines a La Brigue, dove avrei dovuto scattare una serie di foto per corredare un suo articolo. Questo santuario è anche chiamato, per gli straordinari affreschi di Giovanni Canavesio che ti fanno dire "oooooh" la prima volta che li vedi, la cappella Sistina delle Alpi Marittime.

Là dentro, per una scelta che ha diverse motivazioni, non c'è luce alcuna al di fuori di quella tenue che entra da alcune finestre circolari in alto. E così mentre la foto del mare l'avevo scattata a 1/500 f11 quelle all'interno della chiesa hanno avuto bisogno di pose che hanno variato dagli otto ai quindici secondi sempre per diaframma 11.

Faccio un piccolo indovinello, così dopo pubblico qualche immagine. Di chi è la testa che vedete in basso? È un particolare del grande dipinto della parete in fondo che rappresenta il giudizio universale.

Notre Dame des Fontaines

Notre Dame des Fontaines


Aggiunta
Ha vinto Skip, è la testa di un serpente. Ho fatto un po' il bastardo e l'ho pubblicata capovolta. La potete vedere sotto. In fondo invece tutta la parete col giudizio universale, il serpente è in basso a sinistra. Vale proprio la pena ingrandirla.

Forse qualcuno tra i miei vecchi lettori si ricorda dell'ultima cena dipinta sulla parete destra che presenta un personaggio singolare seduto sulle ginocchia del Cristo. L'avevo pubblicata QUI.

Notre Dame des Fontaines

Notre Dame des Fontaines

domenica 26 febbraio 2012

Il blob della domenica #5

Ma a voi, quelli che dicono «credi sempre nei tuoi sogni» «vai fino in fondo» «solo se ci credi davvero ce la fai» e cose così, non stanno vorticosamente sui coglioni?

E se invece?

Il prossimo che mi dice che no, non è primavera, gli tiro una testata.

Certe volte è così appagante essere in torto che mi arrabbio se mi danno ragione.

E adesso mi prendo una pausa di ricreazione.

Le donne si innamorano di quello che sentono. Gli uomini si innamorano di quello che vedono. È per questo che la maggior parte delle donne si trucca e la maggior parte degli uomini mente.

Cosa le piace di più nel corpo di una donna? Le ali.

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sabato 25 febbraio 2012

A volte ritornano



Voi non lo sapete ma io ogni tanto faccio delle scommesse che vinco quasi sempre. Vertono, queste scommesse, sui trend, in ascesa o in discesa. E qualche anno fa vinsi quella sulla sparizione imminente delle giacche femminili dalle spalline quadrate, a mo' delle divise dei generali. Da me viste sempre come fumo negli occhi.

È la settimana della moda qui a Milano e queste giacche sono ricomparse, da Armani. Credevo fosse una pura provocazione per vedere l'effetto che avrebbero fatto. E invece no. Ieri sera a "otto e mezzo" su LA7 Lilli Gruber è apparsa così.

Donne, ne avete ancora qualcuna nell'armadio? O non le avete mai indossate?



giovedì 23 febbraio 2012

Berlusconi, l'inno apocrifo

Penso che ormai sappiate (quasi) tutti del nuovo inno scritto e musicato da Berlusconi per il suo partito. Si sa anche dove il parto creativo ha avuto luogo: villa Gernetto a Monza. C'è però un mistero che avvolge il foglietto appallottolato trovato da Sebastiano Messina di Repubblica nel cestino della spazzatura all'entrata della storica magione. Sembra, anzi quasi sicuramente è, il testo di una versione precedente dell'inno. Per puro dovere di cronaca, ma diciamolo anche per mio gusto personale, trascrivo i versi che su quel foglietto erano scritti

«Gente che ama la nazione,
che dice no alla contrapposizione
ma intanto punta alla prescrizione.
Gente che non si arrende
e non si arrenderà,
gente che crede al perdono,
perché prima o poi arriva il condono.
Noi siamo il popolo della libertà,
sogniamo la vittoria della sincerità,
purché ci diano l'immunità.
Grande è il sogno che ci unisce,
riformare la Costituzione,
e fare liberal-rivoluzione,
in cambio di una grande assoluzione.
Grande la voglia di lottare,
grande l'ansia di amare,
ma senza farla troppo lunga
ci accontentiamo del bunga bunga.»

Mi chiedo a 'sto punto quale mai malaugurata idea si sia insinuata nel Berlusca da indurlo a cestinare questa versione che sarebbe stata un successo totale. Un inno insomma cantato anche dai suoi acerrimi nemici. Sta perdendo colpi il povero Cavaliere.

mercoledì 22 febbraio 2012

Non sono coraggiosa, sono sarda e dico no a questi signori tristi

valeria gentile


Sono andata via di casa a diciannove anni, dopo il diploma linguistico e qualche dramma familiare in valigia. Ho vissuto a Firenze per laurearmi in Media e Giornalismo, ho vissuto due anni a Roma collaborando con festival, riviste, agenzie di comunicazione, case editrici. Ho viaggiato come reporter in Europa, Medio Oriente, Africa e Asia. Ho dormito e mangiato per terra con i bambini in Senegal, mi sono lavata nei bagni delle palestre abruzzesi con le donne terremotate delle tendopoli. Ho girato da sola nell'infinita metropolitana di Tokyo, ho passato i checkpoint israeliani a Ramallah, ho scalato col vento gelido di gennaio la Grande Muraglia Cinese. Sono salita su mulini olandesi e torri taiwanesi, sono entrata nella pancia dell'enorme Buddha di bronzo sulla costa giapponese, ho assistito ai lanci dai tetti di soldati mangiatori di serpenti in Libano, ho guidato una zattera di bambù sul fiume Li.

Ho ventisei anni. Si potrebbe dire che io sia coraggiosa. Ma ancora più di questo, sono sarda. Ogni giorno della vita è una lotta in cui le mie radici sono alleati e nemici, armi e talloni d'achille. Sono tornata per scelta a vivere nella mia isola perché tutto il mondo non basta a contenere l'amore e la gratitudine che provo verso questa terra. Credo nella vita e nel mio futuro perché la Sardegna mi insegna ogni giorno i suoi miracoli senza vergognarsi di essere onnipotente.

Finché poi arriva un giorno in cui metti tutto in discussione. Arriva un super resort di lusso fondato da milanesi e altri italiani, che sulla mia isola ricopre venticinque ettari di parco in cui ci sono ventun ristoranti di lusso, quattordici bar, otto alberghi cinque stelle più diverse suites e qualche centinaio di bungalow, nonché children city, leisure land, sport academy, discoteca, spiaggia privata e tanto altro, dove una notte per una persona non costa meno di seicento euro. Arriva proprio quando meno me lo aspetto, mi contatta tramite Linkedin, mi offre un lavoro di gestione della comunicazione online e offline. Il che vuol dire comunicati stampa, fotografie, video, gestione della presenza e della reputazione sul web.

Passo il primo colloquio telefonico, la Media Relations & Events Manager mi adora e “caldeggia la mia candidatura”. Passo anche il secondo colloquio in carne ed ossa, quello con il Sales & Marketing Executive Manager. Mi dice che ho un curriculum anomalo, che “mi sono fatta il mazzo” e mi porta a farmi conoscere al General Director che è anche socio, ai piani alti insomma, dove si parla a voce bassa e si tiene anche la testa, bassa. Primo e secondo colloquio, poi test individuale per il percorso di selezione, ma i manager ormai mi presentano dicendo “lei è, si occuperà di”. Ma non si accorgono che loro non hanno passato il mio, di colloquio. Il luxury resort numero uno mi contatta via Linkedin, mi offre un lavoro, mi scomoda, mi prepara a lasciare tutto quello che ho per trasferirmi a vivere dentro il resort, a non avere mai un giorno o un'ora libera, per fare la comunicatrice tuttofare, in un'industria dello svago di lusso che è una gabbia d'oro finto, in cambio di un contratto a progetto di sei mesi per settecento euro al mese.

E allora ripenso alle nuove tendenze del futuro che vogliamo, il futuro sostenibile di cui tanto ci riempiamo la bocca. Ripenso alla manifestazione della Consulta dei Movimenti di stamattina a Nuoro dove Gavino Sale ha detto una cosa semplice e vera: noi sardi siamo poveri perché regaliamo le nostre ricchezze. Ripenso alle mie amiche laureate che lavano scale per cinquanta euro alla settimana, alle sette donne che hanno fatto lo sciopero della fame, ai padri che non sanno come dare da mangiare ai figli per colpa delle trame marce di questo sistema mortificante. In loro onore e in loro nome, in nome della loro dignità, io rifiuto l'offerta e vado avanti, a testa alta. Rifiuto, declino, non accetto, respingo, boccio, dico di no, a questi signori tristi che hanno perso completamente ogni contatto con la realtà. Ho ventisei anni. Si potrebbe dire che io sia coraggiosa. Ma ancora più di questo, sono sarda.

Valeria Gentile
da valigiablu


Grazie Valeria, grazie.

martedì 21 febbraio 2012

La retorica della morte in combattimento



Poi ritorneranno in "Patria" le salme di questi tre soldati morti ieri in un incidente stradale laggiù in terra di Afghanistan. Ritorneranno, ma non sarà come se fossero caduti in combattimento con le armi in mano ancora calde per gli ultimi colpi sparati.

Per le alte gerarchie militari morire come può succedere a qualunque civile su qualunque strada non ha lo stesso valore che perdere la vita in un'azione di guerra falciati dal fuoco nemico. E nei discorsi non si potrà nemmeno fare sfoggio della putrida retorica che viene sciorinata dai generali davanti alle bare.

Anche i media si accodano a questa visione. Mentre scrivo la notizia sull'home page del sito della Repubblica è scivolata in diciannovesima posizione, sull'home page del Corriere è in ventiseiesima.


Domenica 26 febbraio alle ore 11 sarà scoperta presso la frontiera franco-italiana di Ponte San Luigi (Ventimiglia) la lapide in ricordo del partigiano francese Jean Bolietto morto in territorio italiano, a pochi passi dal confine, durante una coraggiosa azione, il 16 aprile 1944.

La lapide ripara un’ingiusta dimenticanza durata più di 60 anni e la cerimonia sarà l’occasione per ricordare, tra antifascisti francesi ed italiani, il contributo francese alla Resistenza italiana.

L’ANPI di Ventimiglia, il Comune di Ventimiglia e la SOMS di Grimaldi (Ventimiglia).

Saranno presenti alla celebrazione l'onorevole Michele Tabarot, deputato e sindaco di Le Cannet, il professore Enzo Barnabà per l’ANPI di Ventimiglia, la Commissione Prefettizia di Ventimiglia.