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lunedì 28 novembre 2011

Schiavi. O che altro?

Crespi d'Adda - Crespi è il nome della famiglia di industriali cotonieri lombardi che a fine Ottocento realizzò un "Villaggio ideale del lavoro" accanto al proprio opificio tessile, lungo la riva bergamasca del fiume Adda.
Il Villaggio era una vera e propria cittadina completa costruita dal nulla dal padrone della fabbrica per i suoi dipendenti e le loro famiglie. Ai lavoratori venivano messi a disposizione una casa con orto e giardino e tutti i servizi necessari. In questo piccolo mondo "perfetto" il padrone "regnava" dal suo castello e provvedeva come un padre a tutti i bisogni dei dipendenti: dentro e fuori la fabbrica e "dalla culla alla tomba". Nel Villaggio potevano abitare solo coloro che lavoravano nell'opificio, e la vita di tutti i singoli e della comunità intera "ruotava attorno alla fabbrica stessa", ai suoi ritmi e alle sue esigenze.


Immancabilmente, quando qualcuno mi ha chiesto in che periodo storico mi sarebbe piaciuto vivere ho risposto: V-IV secolo a.C. ad Atene. E immancabilmente ho aggiunto: ma non come schiavo. Ci ho anche fantasticato, e mi sono immaginato in quel mondo laggiù a parlare nell'agorà del sole della luna e delle stelle.
Non come schiavo, me lo sono ricordato quando ieri ho letto il post della Sciura Pina. Ne riporto un brano, si riferisce alla visita a Crespi d'Adda
In passato, quando illustravo ai ragazzi la vita del villaggio, regolata dal ritmo dell’orologio della fabbrica e ad essa indissolubilmente connessa, coglievo sempre qualche insofferenza per una esistenza in qualche modo claustrofobica: spesso i ragazzi affermavano che non avrebbero mai barattato un po’ di sicurezza (o molta sicurezza: il lavoro, la casa, le cure mediche, l’istruzione…) con la libertà di fare o di dire ciò che si vuole, perché la libertà è un valore assoluto.

Non era facile farli ragionare sui privilegi dei cittadini del villaggio anche perché, si sa, i ragazzi sono sempre un po’ estremisti.

Quest’anno, invece, questi figli di una realtà precaria, magari con i genitori cassintegrati e con poche prospettive per il futuro, osservavano il villaggio con attenzione e poi, alla fine, i più erano concordi nell’affermare che a loro vivere nel villaggio, pur con le regole e i limiti, sarebbe piaciuto: sarebbe piaciuto loro avere una casa, il lavoro, la scuola assicurata, un po’ di tranquillità.


E allora il quesito. Secondo voi un trentenne, laureato, che ha già fatto chissà quante domande di lavoro con punto risultati, se non poche settimane di precariato pagato malissimo mesi e mesi dopo, di fronte alla prospettiva di un impiego a tempo indeterminato in un villaggio come quello di Crespi d'Adda rivisto secondo i canoni del terzo millennio ma di fatto uguale anzi molto più efficiente nel controllo totale della sua vita cosa risponderebbe?




Le foto e il testo della dida, con qualche leggera modifica, da qui.

47 commenti:

  1. io vivo nel comune dove Enrico Mattei creò un vero e proprio "villaggio" per i dipendenti dell'ENI: Metanopoli, a San Donato Milanese. epoca molto più recente quindi... forse un sogno no, ma lavorare lì era un privilegio.
    lavoro, casa, centro sportivo, ed altro, e nessuno se n'è mai lamentato, anzi! le lamentele sono cominciate quando l'ENI per risparmiare, negli ultimi anni, ha ceduto tutto al comune, e le case le ha vendute, non volendo più accollarsi i costi.

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  2. Trentasei anni, mi sono iscritta all'Università due anni fa nella speranza (piuttosto peregrina) che una laurea seppur "da nonna" potesse aiutarmi a raggiungere finalmente quel lavoro-non-precario che inseguo da ormai 18 anni. Ho speso l'esatta metà della mia vita a cercare quella sicurezza che nell'Ottocento veniva garantita, seppur da un "padrone". Io in quel villaggio ci andrei a vivere e di corsa!

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  3. La risposta è sicuramente si...dettata da alternative che non ci sono.

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  4. Bisognerebbe forse riflettere su cosa sia questa libertà che riteniamo, forse a torto, che questa società ci assicuri.
    Mi pare che molti la identifichino con la scelta del colore della maglietta che comprano...
    Siamo insomma poi così certi che anche senza andare a Crespi d'Adda la nostra vita non sia eteroregolata senza che neanche noi ce ne accorgiamo?

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  5. personalmente preferisco ed ho sempre preferito un cartone e un ponte, meglio una grotta, al villaggio perfetto con un padrone, ma in questo so bene di essere insolita.
    non amo i padroni, mi stanno strette le cose perfette, penso che una vita sia reale quando ci si scontra con pericoli e difficoltà, altrimenti è truman show.
    qualcuno ha insegnato ai propri figli a sopravvivere comunque? io si, per fortuna, infatti a 16 anni e mezzo mio figlio si è dovuto rimboccare le maniche, perché la madre (io) un demente a retromarcia gliela aveva ammazzata.
    quanti alla sua età avrebbero saputo sopravvivere? eppure è un figlio unico, quando lavoravo e vedevo non ci mancava niente e facevamo una vita sopra le righe, la verità è che in occidente in pochi sono pronti alla libertà.
    io sono libera, mio figlio è libero, oggi è un giovane piccolo imprenditore, senza raccomandazioni e senza tante paure si è buttato nell'arena, come feci io a 18 anni, mai scesi a compromessi con padroni, non siamo mai stati incastrati nella trappola del sistema, anche se questo ha un prezzo a volte alto, ma mai quanto l'avere un padrone o sentirsi schiavi di qualcuno.
    la libertà è dentro di noi, non la si ottiene con un villaggio perfetto o con uno stipendio fisso.

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  6. Dipende.
    Sia dal modo che ha di concepire la vita, sia dalla necessità del momento.

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  7. La descrizione di questo villaggio corrisponde a quella delle "Reducciones" gesuitiche nel Paraguay dell'inizio del Settecento (si veda il bel libro di Leopoldo Lugones "L'impero gesuitico", uscito nel 1905) che a sua volta corrisponde esattamente a quella delle Comuni maoiste (tutti vestiti uguali, ecc.).
    Quanto all'accettare o meno, soccorre ancora una volta Kavafis:


    CHE FECE... IL GRAN RIFIUTO

    Arriva per taluni un giorno, un'ora
    in cui devono dire il grande Sì
    o il grande No. Subito appare chi
    ha pronto il Sì: lo dice e sale ancora

    nella propria certezza e nella stima.
    Chi negò non si pente. Ancora No,
    se richiesto, direbbe. Eppure il No,
    il giusto No, per sempre lo rovina.

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  8. Credo che molto dipenda dal momento che uno attraversa..
    Però il rischio di diventare polli di allevamento, è veramente molto alto.
    Per il futuro prossimo non credo sia una cosa fattibile, tutto è ormai volto a cercare mercati del lavoro con il costi dei dipendenti più bassi possibile.

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  9. Comunque ad Atene la vita non era rose e fiori. Non c'erano tanti schiavi come a Roma perché i Greci non avevano tempo per conquistare altri popoli, essendo impegnati a scannarsi tra di loro.
    In compenso esistevano le "caste".
    Innanzitutto se non eri nato ad Atene non potevi avere proprietà immobiliari, case e terreni.
    La piena cittadinanza quindi dipendeva dal possesso della terra, la classe dei proprietari costituiva la oligarchia. Poi venivano i commercianti e gli artigiani, il cosiddetto "popolo", gente che si guadagnava il pane col proprio lavoro, massima volgarità per un greco. Poi venivano i "clienti", cioè quelli che campavano come domestici o impiegati a vario titolo e in ultimo venivano i braccianti agricoli, quelli che lavoravano la terra degli altri.

    Riguardo Crespi d'Adda, si inserisce nel filone delle "città giardino" di vaga ispirazione socialista. Bisogna tenere presente che i socialisti intellettuali di allora non erano certo di estrazione operaia. Quindi necessariamente avevano una idea paternalistica della Società e dello Stato. Del resto non è che le città satellite della Unione Sovietica siano diverse da Crespi d'Adda.

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  10. Probabilmente buona parte dei trentenni precari risponderebbe che andrebbe volentieri a vivere a Crespi d'Adda. Ma sarebbe la fuga da un'aberrazione verso un'altra aberrazione.

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  11. Mi dispiace ma io, anche senza avere mai avuto una casa di proprietà, non avrei accettato una soluzione come quella di Crespi d'Adda neppure vivendo a stenti. Ma la libertà dov'è andata a finire?

    ps.Albe' grazie per la precisazione perché m'ero spaventato quando sembrava avessi usato il "lei" con me.
    Ciao,
    aldo.

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  12. le ferrovie mettevano a disposizione dei dipendenti, in cambio della reperibilità, dei caselli posti ad una certa distanza uno dall'altro, io ne possedevo uno assegnatomi poco dopola mia assunzione. l'idea del villaggio operaio, bisognerebbe andare a Valdagno, era una idea paternalistica ed ottocentesca del padrone delle ferriere, ma che ha consentito a molte famiglie operaie ed impiegatizie di vivere decentemente senza mutui ed affitti stratosferici. si certo la libertà, ma oggi una famiglia operaia, a patto che ne esistano ancora, monoreddito, cosa può permettersi? chi ha una famiglia ha il dovere di pensare per prima cosa ad essa ed allora ben vengano dei filantropi padroni alla Marzotto, Crespi, ecc, in realtà oggi, ne padroni ne politici, ne sindacati, sono in grado di pendare alla condizione abitativa delle maestranze, si masturbano con i paroloni, quello si. tutti nessuno escluso!
    ti vedrei bene in Grecia nell'Agorà con un calice di rossese..mentre discerni sul metodo o sulla praxis...
    Maistretu

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  13. Non dimentichiamo che le libertà nella Dichiarazione Universale dei diritti dell'uomo sono quattro: liberta di parola, libertà di pensiero, libertà dal bisogno, libertà dal timore. Se è vero che le seconde non reggono senza le prime, è parimenti vero che le prime non reggono senza le seconde.
    Che libertà di parola e di pensiero si può avere senza la possibilità di istruirsi e di informarsi?
    Pensiamo anche ad Adriano Olivetti e al suo modo di coinvolgere i dipendenti...
    Certo, non tollererei una società che decidesse il mio mestiere e la mia vita senza tenere conto delle mie esigenze e/o idee. Ma spesso sono il bisogno e il timore a decidere ugualmente sul (povero) mestiere e sulla (povera) vita.
    Si è liberi così? Temo di no.

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  14. Temo che molti risponderebbero di sì, a cominciare da quei ragazzini a cui si sta già facendo il lavaggio del cervello per renderli schiavi volontari, pezzi di ricambio del sistema fottuti in partenza. Scriveva Junger: "La schiavitù può subire un forte incremento, se le si concede l'apparenza della libertà". E qualche tempo fa lessi un interessante articolo che faceva notare come nel 1840 gli schiavi coloniali delle Antille lavoravano MENO ore degli sfruttati a sangue di oggi!!!
    Tutto sta a intendersi sui termini, ma la mia sensazione è che mai nessuna epoca sia stata più schiavista di quella di oggi. La differenza è che oggi in cambio del tuo tempo, della tua libertà e della tua vita ti danno quattro soldi di merda per comprare a troppo caro prezzo quello che ti dicono loro, e tu dovresti pure ringraziarli!

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  15. io ho seguito un percorso inverso: prima il lavoro e poi l'università. E oggi lavoro grazie al diploma e non al titolo di laurea.

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  16. non conoscevo questa storia, io per me non ci avrei vissuto, avendo già fatto l'esperienza del collegio sono allergica a ritmi e a regole imposti anche semplicemente dalla convivenza, rispetto quelle della comunità per il buon vivere ma mi piace sentirmi libera

    p.s. da quando sono in pensione nella mia vita, nella mia casa ehm regna l'anarchia, infatti ora sto tentando di darle un senso...anche se un senso non ce l'ha

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  17. A tutti gli "idealisti" di questo blog:

    Facile fare i ganassa con lavoro garantito, pensione, assistenza sanitaria eccetera.

    Ma non molto tempo fa gli Italiani morivano di fame e di stenti. Prima vedete morire i figli di fame e poi tornate qui a dire che la "libertà" bla bla.

    Gli operai di Crespi d'Adda erano dei privilegiati.

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  18. @lorenzo: se tante volte avessi inserito anche me tra gli "idealisti" devo contraddirti.
    poi forse non ti rendi conto della fame che c'è oggi, peggio di quella dei tempi di cui parli: entra in un reparto di pediatria oncologica, di uno dei pochi ospedali rimasti pubblici, vieni a vedere come viviamo in molti tra noi disabili, conta in quanti hanno ancora una casa, infine fatti un giro al sud (ma potrei consigliarti tante altre "directory" per assaggiare un po' di attualità e di realtà): eppure c'è ancora chi, come me, rinuncerebbe al villaggio perfetto

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  19. Si, si può stare male anche oggi ma secondo me non abbiamo la percezione di come era la vita dei nostri bisnonni. Dormire tutti su un pagliericcio sopra la stalla per farsi scaldare dagli animali. Mortalità infantile al 30% quando andava bene. Malattie da denutrizione endemiche.

    Secondo te perché metà della popolazione italiana è emigrata ad ondate affrontando traversate oceaniche nelle stive in condizioni che posso solo immaginare.

    Ripeto, facile dire "piuttosto che... io farei..."

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  20. Non so se Giulia Maria Mozzoni Crespi, presidente onorario del FAI, appartenga a questa famiglia. Se così è, va detto che si tratta signori (il "paternalismo" di queste iniziative fa parte della signorilità, se vogliamo), mentre troppi altri erano (e sono) solo degli arricchiti, con tutta la rabbia e il disprezzo dei "parvenus" nei confronti dell'ambiente dal quale sono riusciti a strapparsi, e senza il gusto nei confronti delle "cose belle", ambiente e paesaggio compresi, dei "signori veri". "Signori si nasce, e io modestamente lo nacqui" diceva Totò.
    Non so se, come sostiene Lorenzo, i dipendenti della Crespi fossero dei privilegiati; sicuramente erano più rispettati di tanti altri. Gli si imponevano dall'alto discorsi e idee? Non credo più di tanto. Erano più liberi di altri dal bisogno e dal timore? Potrei dire di sì.
    Non sempre si ripete la storia del cartone animato "Zeta la formica"...

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  21. Zata la formica è una storia americana. E quindi parte dal presupposto che se ti impegni puoi realizzare qualsiasi cosa. E' l'american dream.

    Le storie europee invece sono tipo Oliver Twist.

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  22. @lorenzo: se fai il paragone con quanti eravamo all'epoca e quanti siamo oggi, capirai che stiamo molto peggio: vedi una volta c'era il calore di qualche animale a scaldare chi non aveva casa, oggi che c'è? una volta la morte di un figlio era una tragedia uguale a oggi ma almeno c'erano minimo altri 3 o 4 figli ad alleviare il dolore di una madre, oggi invece? al massimo un solo figlio su 5 donne italiane, come la mettiamo se quell'unico figlio si ammala di leucemia o di cancro al cervello perché magari a pochi metri da casa c'è una discarica abusiva? di certo i rifiuti di quell'epoca di cui parli erano meno tossici di quelli di oggi.. e bla bla (qui bla bla ci sta bene ;)

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  23. .. per fortuna arrivo a commentare dopo gli "idealisti"! Almeno,
    posso aspirare a tutt'altro! Magari mi fregio del coglione(sorrido!!)

    Ciao Alberto e buona serata. Penso che tutti quei giovani che ancora non si sono chiesti perché è stato "creato" il lavoro precario; che non si chiedono perché le più alte conquiste degli operai, costate più di un secolo di lotte, manifestazioni ed anche morti, oggi vengono sistematicamente stravolte e annullate; che non conoscono il significato di "consapevolezza"; che non fanno distinzione tra vivere e sopravvivere; a cui non è stata insegnata la differenza tra cittadino e suddito; che non sanno che il valore più alto dell'essere umano è la dignità...

    risponderebbero "SI" senza esitare!

    E, magari, in quella condizione sarebbero anche capaci di "fare" figli, consegnando loro un mondo nel quale la dignità e la consapevolezza non esistono... con l'unica codarda motivazione che loro, si i figli, magari quel mondo avranno le palle di cambiarlo.

    Aveva ragione Giovenale "...duas tantum res anxius optat... panem et circenses..."

    Nella versione moderna: il popolo, due cose ansiosamente desidera. Riempire lo stomaco e non pensare.

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  24. il punto è che il lavoro è uscito dall'agenda dei politici! Questo è davvero preoccupante e apre la strada alle richieste più assurde...

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  25. Allora mettiamola cosi: quando la FIAT ha aperto i suoi capannoni non ha costruito una città a sue spese per gli operai. Quindi Crespi vince su Agnelli tutta la vita.

    Riguardo le condizioni di vita dei tempi andati rispetto ad oggi, direi che i fatti parlano da soli. Erano di meno perché morivano come le mosche, prova provata che oggi si sta MOLTO meglio. Ed ecco perché poi arrivano gli "Spartachi" del blog a dire che loro mai e poi mai servi del padrone.

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  26. @ Blindsight

    Mia madre morì di tumore (probabilmente derivato dai solventi delle colle che usava sul lavoro: si parla di quasi cinquat'anni fa) e lo zio che mi ha "adottato" è morto in un incidente sul lavoro alla Montecatini, pochi anni dopo: ragion per cui parlo con cognizione di causa.
    Realizzando discariche abusive (e/o altre opere che hanno scempiato e scempiano il territorio) si sono arricchiti i "parvenus"; i "signori" invece hanno fondato e finanziano il "Fondo per l'Ambiente Italiano". Io sono un povero tapino, qundi né un signore né un arricchito, ma, libertà o no, la differenza mi è chiara.

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  27. @lorenzo: non mi sento un'idealista solo perchè rifiuto il vilaggio perfetto e il padrone, e t'assicuro che ho rischiato veramente la grotta e la rischio ancora se veramente passeranno le nostre pensioni di disabili dall'inps alle regioni, però dico no, anche se non faccio testo in quanto 30anni li ho passati da più di 20 e qui ci si chiedeva se i trentenni ecc.. si muore sempre, si muore di più secondo me ed erano di meno proprio perché eravamo di meno sulla terra, infine le stragi (dalle epidemie alle guerre) hanno sempre colpito i più bisognosi, coloro cioè che, anche in un villaggio perfetto, non avevano e non hanno mezzi per fuggire. volevo dirti questo e non polemizzare, anche perché sono tra coloro che, eventualmente, non potrebbero fuggire.
    @ceg: non mi è chiaro cosa vuoi dirmi

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  28. @ Blindsight

    Volevo semplicemente dire - anche in riferimento agli altri miei post - che non necessariamente rinunciare al "villaggio" significa essere liberi, e che tra non essere liberi in un ambiente scempiato dall'avidità degli arricchiti (con tutte le malattie, gli incidenti o anche le semplici brutture che questo comporta) e non essere liberi in un villaggio più o meno filantropico preferisco la seconda soluzione.
    Certo, come diceva Catalano. "è meglio vivere bene con due pensioni che vivere male con una sola...". Ossia è meglio essere liberi e felici in un ambiente tutelato che sfruttati e prigionieri in un ambiente devastato. Poiché, però, questo non è possibile, scelgo il male minore: ossia, anziché essere prigioniero di un mondo scempiato, preferisco esserlo in un mondo salvaguardato.

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  29. @ LORENZO

    Scusa Lorenzo, capisco, anche se non condivido, la tua riflessione. Come si dice: "ognuno, del suo cul fa quel che vuole"! Tuttavia, definire "Spartachi" coloro che hanno un'opinione diversa dalla tua, mi sembra, francamente, fuori luogo. Anche perché, poi, ci sono "Spartachi" che si pongono molte più domande di quelle che ti poni tu e, francamente, ti assicuro che costa fatica. Servo, letteralmente "colui che vive in stato di dipendenza o di soggezione nei confronti di altri" è una condizione che sei liberissimo di scegliere nella tua vita ma, almeno, concedi agli altri di decidere della loro, limitando per quanto possibile i condizionamenti a cui, invece, è sottoposto un "servo"! Limitandoli, perché ci sono "Spartachi" ben consci che la nostra vita, purtroppo, è un condizionamento continuo! Ma c'è una gran bella differenza tra chi ne è "consapevole" e chi ritiene quello stato "inevitabile" o, addirittura, un beneficio!

    Ed a proposito di benefici, certi luoghi comuni come "oggi si sta meglio di ieri" risparmiaceli. E' come dire che un ricco è più felice di un povero oppure che farsi la doccia con l'acqua calda è più piacevole che farla con l'acqua gelata. Metti a confronto epoche, modi e stili di vita completamente diversi per arrivare a quale assunto, scusa?

    Per dimostrare che oggi c'è maggiore "benessere"? Ma oggi si muore per tutt'altro motivo dalla peste, dalla febbre, dalla mancanza d'igiene e si muore ancora tanto. Si muore di inquinamento, di stress, di lavoro, di criminalità, di degrado ambientale, per una pioggia torrenziale, perché un'aereo si schianta o perché, semplicemente, attraversi la strada ed una vettura ti investe. Ma soprattutto, udite udite, al mondo ci sono ancora milioni di persone che muoiono di fame.

    Quindi, se tu pensi di poter vivere in un bel "villaggio" nel quale pensa a tutto il "padrone", compreso il panettone e lo spumantino che ti fa trovare sulla tavola della tua nuova casetta, fa pure! Ma, almeno, lascia stare gli "Spartachi" che di questo mondo vogliono farne tutt'altro.

    Al limite, saranno dei fessi che saranno vissuti per un "ideale" irrealizzabile: liberare i servi!

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  30. @ceg: servi si nasce, schiavi lo si diventa, e tra i due mali io ho sempre scelto di star bene, se devo star male (e se fossi nata serva o diventata schiava ci starei) preferisco attaccarmi ad una bottiglia di acido muriatico

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  31. Il mio punto di vista è semplice. E cioè che oggi non siamo in condizione di giudicare le scelte e le vite della gente che viveva dentro/intorno/sopra/sotto Crespi d'Adda, visto che le condizioni al contorno non le conosciamo se non per sentito dire.

    Il mio assunto è semplice: facile dire "io non accetterei mai di fare lo schiavo a Crespi d'Adda" nel 2011, quando per fortuna non sei in condizione di scegliere tra quello e vendere tuo figlio agli artisti girovaghi.

    Che poi, lo ripeto, è tutto da dimostrare che si stesse peggio a Crespi d'Adda che in Unione Sovietica.

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  32. Ah, riguardo gli "Spartachi", stessa cosa, un conto essere trace e scatenare una rivolta di schiavi contro i Romani, un altro essere impiegato delle Poste e scatenare una manifestazione della CIGL. I toni epici nel secondo caso sono un attimo fuori luogo. Conoscendo l'Italia e gli Italiani. Non a caso i leader del '68 invece di rifare il mondo hanno finito per occupato le loro belle poltrone e poltroncine.

    A casa mia questa si chiama ipocrisia.

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  33. ... da far venire i brividi!

    Ripeto: essere servi è un diritto!

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  34. CVomke scrisse Marguerite Yourcenar nella raccolta di interviste Ad occhi chiusi: “Quella che considero una forma di schiavitù è la preoccupazione del poveraccio (che sia pagato centocinquantamila dollari all’anno come dirigente, o diecimila come impiegato, la cosa non cambia) che trema all’idea di lasciare la fabbrica, benché avvelenata dall’inquinamento, o produttrice di oggetti dannosi o stupidamente inutili, perché ha paura di perdere benefici e pensione. Questa è schiavitù, perché quell’uomo non oserà mai protestare, qualunque cosa avvenga. Per quello che mi riguarda, di fronte alla scelta fra la sicurezza e la libertà, ho sempre optato nel senso della libertà”.
    Una cosa, però, è danneggiare l'ambiente in cambio di un piccolo privilegio personale, un'altra è scegliere di stare "monacalmente" al villaggio Crespi (dove, si suppone, non si fa danno al territorio) piuttosto che "sentirsi liberi" di guardare in TV il Grande Fratello o Maria De Filippi, o simili. Con questa forma di presunta libertà non si fa male agli altri, ma lo si fa a se stessi.

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  35. Alberto, ma dall'ultima volta che sono passato hai pubblicato una valanga di post. Ho messo almeno mezz'ora per vederli tutti. Ottimi come sempre, naturalmente. Per quanto riguarda quest'ultimo posso dirti che anche Mestre è stata costruita in funzione dei lavoratori di Porto Marghera, ma oggi è un'altra cosa. Personalmente non sono molto d'accordo su questo sistema perché se non accettavi il punto di vista del "padrone" ti trovavi fuori senza lavoro e senza casa. Chiedilo, ancora oggi, agli abitanti di Agordo la cui attività gira al 90% attorno alla Luxottica.
    Il mio parere, comunque, non toglie niente all'interesse del post. Buonanotte.

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  36. La libertà è una gran bella parola ma dalle implicazioni praticamente infinite... Libertà di girare per il mondo e fare quello che si vuole comprende pure la libertà di morire di fame e di non aver una casa nè un lavoro...
    La vita è tutta un po' un compromesso fra la nostra esigenza di non sentirsi oppressi e la necessità di avere di che vivere (e magari un po' di più)...
    Non credo che mi piacerebbe un mondo troppo programmato dal mio datore di lavoro ma, se l'alternativa fosse di essere in strada senza un lavoro penso mi adatterei anche al villaggio dell'azienda. Questo ovviamente visto a 46 anni con una famiglia sulle spalle. A 20 anni magari avrei tentato l'avventura...

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  37. Ho visitato il villaggio moltissimi anni fa e se devo dire la verità mi mise i brividi. Ne ebbi un'impressione di reclusione e mi sembrava di essere claustrofobica. Ero molto giovane, non avevo un lavoro fisso ma solo il poco che serve per poter vivere ma, mai e poi mai avrei cambiato la mia misera precarietà per quel luogo. La libertà,l'uguaglianza,i diritti(parole sconosciute in luoghi come quello) sono elementi fondamentali dell'essere uomo ed io, oggi come allora, ho molto rispetto verso questi principi.
    Saluti,Francesca

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  38. Io sono di natura un nomade, che - per quanto legato alle radici da cui discendo - non ho mai accettato un inquadramento troppo vincolante rispetto alla mia autonomia di scelta e di collocazione nel mondo e nella società.
    Però un po' mi commuove il paternalismo protettivo di certi imprenditori di cent'anni fa.
    Io attualmente vivo gran parte del mio tempo a Torino, che credo tu conosca bene, dove non esiste solo il modello Fiat/Valletta, da sempre bieco e profittatore, ma anche un modello imprenditoriale attento al sociale, vedi il Villaggio Leumann, il villaggio Snia o - poco lontano, l'incomparabile modello imposto dagli Olivetti a Ivrea, che veramente si (pre)occupava di tutto il ciclo esistenziale dei suoi dipendenti, non solo dal punto di vista lavorativo, ma soprattutto dal punto di vista del loro benessere psicologico e sociale.
    Io probabilmente, per come sono fatto, non avrei mai accettato di assoggettarmi a questo tipo di protezione "padronale", ma non posso non riconoscere che quella classe imprenditoriale "inizio '900", attenta alle necessità e al benessere delle maestranze, in un tempo come il nostro in cui i "paracaduti" sociali sono sempre più sottili ed effimeri, alla fine potrebbe mancarci molto.
    E poi non dimentichiamo che questa organizzazione a tutela dei lavoratori (casa, scuola, servizi sanitari, incentivi di vario tipo) aveva il suo risvolto positivo: l'attaccamento all'azienda, al "padrone" che si mette in gioco per tutelare i suoi dipendenti, agli interessi dell'organizzazione...
    C'è una bella storiella a riguardo, ambientata nell'operaio e proletario Borgo San Paolo di Torino, in cui si formò buona parte della dirigenza dei partiti storici della sinistra italiana: c'era un imprenditore venuto su dal nulla, un ex operaio che, con impegno, sacrifici e intelligenza, aveva creato una florida industria di automobili e velivoli. Non disdegnava di rimboccarsi le maniche e mettersi a lavorare fianco a fianco dei suoi operai, che per affetto lo chiamavano "papà" e che lo "proteggevano" quando lui stesso aveva deciso di scendere in piazza al loro fianco durante gli scioperi del 1920-21 che precedettero l'ascesa del fascismo mussoliniano. Si chiamava Antonio Chiribiri, e il regime fascista, identificandolo come pericoloso sovversivo amico dei suoi operai, lo ridusse in rovina.
    Avercene....

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  39. Ho seguito il link alle foto del villaggio e, a parte la tipologia delle case per operai/impiegati/dirigenti (più il castello), l'analogia più interessante è quella tra l'organizzazione dello spazio abitativo e quella del cimitero (ma anche quella di qualsiasi lager).
    Proprio nel cimitero di Crespi d'Adda mi pare (l'ho letto alla sua uscita, nel 1983) sia ambientato il potente finale del bel romanzo di Gianfranco Manfredi "Magia rossa" ("si levano i morti").
    Io ho iniziato a lavorare nel 1963 in un ufficio, con un lavoro facile, ben retribuito e ben protetto (prima Fiat, poi Finmeccanica): nel 1981 ho realizzato che "non volevo morire idiota", mi sono licenziato e con la liquidazione ho aperto una piccola libreria. faticando il doppio e guadagnando la metà. Non tornerei mai indietro.
    Certo, è stata una soluzione "individuale", fortunatamente non avevo figli e da mia moglie mi ero separato senza grossi traumi, ma anni prima avevo ascoltato una canzone di Giovanna Marini intitolata "O padrone non lo fare" che iniziava così:
    "Se ci avessi cento figli
    tutti quanti belli e forti
    gli direi vi preferisco morti
    che a lavorare per il padron"
    e finiva:
    "O padrone non lo fare
    siamo in pochi ma a lottare
    e per farla scomparire
    la maledetta proprietà"
    Come diceva François Truffaut in "La signora della porta accanto": "Bisogna credere nelle parole delle canzoni"...

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  40. Mi associo interamente alla teoria di Vincenzo Cucinotta. Si parla tanto di libertà, ma ce ne sono diversi gradi e la vera libertà è un'illusione condizionati come siamo da tutto e, già alla nascita, dai geni che ci ritroviamo.
    In ogni modo oggi credo che la scelta andrebbe al SI.

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  41. Personalmente non avrei vissuto in quel villaggio ma so per certo che ci sono moltissime altre famiglie che risponderebbero sì con entusiasmo. Per una persona che sceglie di correre il rischio di farcela come imprenditore per creare qualcosa di nuovo, ce ne sono centinaia che rifiutano di correre qualsiasi rischio nel modo più assoluto e cercano il modo più facile di vivere.
    Non c'è niente di male ad essere un "padrone" se questo ha coscienza sociale, si prende cura dei suoi operai come un vero padre di famiglia ed è sano mentalmente e non c'è nulla di male nell'accettare quel tipo di regime. Ma quando il padrone diventa Stalin e si ha a che fare con una persona disturbata mentalmente o talmente accecata dalla sete di potere o dai fantasmi di pericoli inesistenti da passare sopra ai cadaveri dei propri figli, la questione cambia.
    Tutto cambia a seconda degli individui con cui abbiamo a che fare e questo è vero a prescindere dal sistema politico che sia una dittatura, una monarchia, una oligarchia, una democrazia etc.

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  42. I miei nonni hanno usufruito per anni delle abitazioni messe a disposizione dalla grande fabbrica chimica dove tutta la vallata, qui, ha lavorato e ha guadagnato da vivere.

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  43. Libertà e Paternalismo

    A proposito di Libertà e di paternalismo, ricordiamoci delle nostre TV. Prima della riforma RAI, alla televisione di stato (paternalistica e decisamente democristiana...) ricordo di aver visto, in prima serata, film come "Il settimo sigillo" di Bergman, "L'angelo sterminatore" di Buñuel, "Solaris" di Tarkovskij, "Il ragazzo selvaggio" e "Le due inglesi" di Truffaut... Ero un ragazzino, e non capivo tutto di quelle pellicole, ma mi sono rimaste impresse nella memoria, e devo dire che, quando ho raggiunto l'età adulta, mi sono sembrate tutte opere assai poco democristiane.
    Poi abbiamo (tutti, ammettiamolo) accolto con enorme sollievo la nuova libertà comportata dalle TV private, che ci facevano vedere "Colpo grosso" e ci proponevano, per esempio, il film sul "Gran pezzo dell'Ubalda" o quelli della serie dei "Natale a...", o i "Pierino", e così via.
    Nella loro libertà, i cittadini liberi preferivano guardare queste cose e non i film impegnati. Così tutta la TV si è appiattita verso il basso, e adesso (per tacere della "motazione genetica" - consentitemi di citare Riccardo Lombardi - che quei messaggi televisivi hanno operato sulla nostra società, e i cui risultati abbiamo potuto apprezzare negli ultimi anni, anche nei Palazzzi della Politica) se io voglio vedere un film d'autore sono "libero" di guardarlo alle tre di notte. Peccato che però il giorno dopo devo andare - liberamente, certo, e ancora di grazia che il lavoro ce l'ho - a lavorare.
    Insomma, hanno ragione Ambra e Vincenzo Cucinotta: siamo sicuri che quella che ci dà l'illusione di essere libertà sia davvero libertà? Siamo sicuri di avere davvero gli strumenti cognitivi per scegliere liberamente? Siamo sicuri che il Cavaliere, eletto liberamente da cittadini liberi, sia stato un governante migliore del paternalistico Imperatore Adriano della Yourcenar?

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  44. Rispondo io, quasi 28enne precaria. Fino a qualche mese fa, avrei risposto no di certo. Oggi probabilmente ci farei un pensierino.

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  45. va visto nel contesto storico

    la costruzione di villaggi «aziendali» nasceva nel tentativo di porre rimedio a condizioni abitative generalmente pessime

    ho recensito tempo fa un libro che racconta del quartiere umbertino alla spezia, costruito per dare una casa decente alle molte persone accorse a lavorare al costruendo arsenale militare, ad inizio 900

    ebbene, la molla che portò a quella realizzazione fu una epidemia di colera, per le pessime condizioni igieniche dei molti alloggi di fortuna

    personalmente credo che una certa sicurezza di lavoro ed abitazione renda più liberi, nel complesso, se non altro perchè non vivere in condizioni subumane favorisce anche il senso della dignità personale

    gli slums dove vivevano gli operai urbani dell'ottocento erano un inferno inimmaginabile

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