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venerdì 21 settembre 2007

Occitani in Liguria? (3)

Pubblico la lettera ricevuta ieri dal prof. Fiorenzo Toso

Caro Alberto Cane, Le sarò molto grato se vorrà pubblicare il presente intervento sul suo blog, nella forma che riterrà più idonea:

Prendo atto che il Presidente della Provincia di Imperia ha raccolto gli interventi miei e del collega prof. Werner Forner (non Warner Corner!) in merito alla, come egli scrive, “presenza degli occitani nelle frazioni di Realdo e Verdeggia e nel Comune di Olivetta San Michele”.

Mi stupisce un poco (poiché una delibera in materia così delicata avrebbe evidentemente richiesto adeguata documentazione) il fatto che l'Amministrazione Provinciale chieda riferimenti bibliografici che avrebbero dovuto esserle noti all’atto dell’accoglimento dell’istanza di riconoscimento dell’appartenenza dei centri di Realdo, Verdeggia e Olivetta San Michele come di lingua “occitana”: peraltro, questi testi avrebbero evidentemente permesso una valutazione oggettiva della realtà linguistica dei centri in questione, tale da escludere senza ombra di dubbio l’accesso alle forme di tutela previste dalla L.N. 482/1999.

Mi stupisce ancora di più che gli estremi di questi testi vengano chiesti a Lei, che per ovvi motivi non è in possesso di una specifica preparazione in materia.

Personalmente, già nel mio primo testo da Lei pubblicato, Qualche riflessione sulla manipolazione delle identità linguistiche, mi ero offerto di presentare alle istituzioni competenti le indicazioni bibliografiche necessarie per un riesame della posizione linguistica dei dialetti di Realdo, Verdeggia e Olivetta San Michele, e naturalmente sarò ben lieto di aderire, e in forma del tutto disinteressata alla richiesta, qualora mi venisse formulata direttamente. La prego pertanto, ove richiesto, di fornire all’avv. Giuliano tutti i riferimenti di posta elettronica e di altro genere utili a raggiungermi.

Ciò detto, non mi è molto chiaro cosa l’avv. Giuliano intenda con “presenza degli occitani”: se Egli allude, come sembra, alla presenza di varietà dialettali appartenenti al tipo occitano nelle località menzionate, posso affermare che tutti gli studi scientifici a me noti tale “presenza” in realtà la escludono a priori, poiché l’appartenenza dei dialetti in questione al sistema ligure, e specificamente ligure-alpino (detto anche royasco) è un fatto oggettivo, noto da sempre, e ribadito dalla letteratura scientifica negli ultimi trent’anni, sia prima che dopo l’approvazione da parte del Parlamento della L.N. 482/1999 in materia di minoranze linguistiche storiche. Quindi non sono in grado di fornire studi miei o di altri in merito alla “presenza” di dialetti occitani in Provincia di Imperia, perché tale presenza non viene evidentemente presa in considerazione nella letteratura scientifica.

Ma se all’avv. Giuliano interessa, come spero, avviare un approfondimento sulla classificazione storicamente accertata (e universalemente accettata in ambiente scientifico) dei dialetti di Realdo, Verdeggia e Olivetta San Michele, mi farò premura di fornirGli, ove appunto direttamente richiesto, un’ampia nota bibliografica dalla quale potrà trarre tutte le conseguenze del caso.

Con un cordiale saluto,
Prof. Fiorenzo Toso


Arenzano, 20 settembre 2007

12 commenti:

  1. ciao grazie per il link!! anche io ti ho linkato!

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  2. Chiediamo a Toso di tenere informato il blog e di farci sapere se la Provincia chiederà lumi. Da questo si valuta la serietà dei nostri amministratori
    LIGUSTICO

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  3. Mi associo a Ligustico;
    la lettera del prof. Toso è parlare da seri..... Aspettiamo.

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  4. Naturalmente ogni passaggio significativo verrà reso pubblico.
    Grazie per la fiducia,
    Fiorenzo Toso

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  5. E speriamo che presto tolgano quel cippo occitano al confine fra Triora e La Brigue...

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  6. Il cippo se lo possono mettere per supposta. Ma soprattutto se ne tornino in Occitania, se esiste da qualche parte.
    LIGURE SEMPRE PIU' INCAVOLATO

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  7. Il falso ideologico si può ipotizzare eccome, sia per i comuni coinvolti nella faccenda del brigasco ecc. sia per la provincia. Vedere allegata sentenza della corte di cassazione. Se la provincia non riesce a dimostrare che la documentazione su cui si è basata ha un valore scientifico probante più alto di quella che possono addurre i linguisti, ha solo due possibilità, o ritira in tutta fretta tutti i documenti con cui avvalla il carattere "occitano" di Realdo, Verdeggia e Olivetta, oppure va in tribunale.

    CORTE DI CASSAZIONE; sezione V penale; sentenza 21 novembre 2003; Pres. MORRONE, Est. FUMO; ric. L. D’Ambrosio, sost. Proc. Gen. presso la Corte d’Appello di Salerno. Annulla senza rinvio capo B) e dichiara inammissibile per il resto il ricorso App. Salerno 14 gennaio 2002.

    Falso Ideologico – atto pubblico interno della P.A. – atto atipico – configurabilità.

    (Cod. Pen., art. 479)

    Costituisce falsità ideologica anche l’attestazione del pubblico ufficiale che consapevolmente sostenga essere conforme a parametri (anche di carattere non normativo), indiscussi e determinati da una comunità tecnica o scientifica ( cc.dd. leges artis), un elaborato a carattere tecnico che tali caratteristiche non abbia. E’ certo, infatti, che anche un atto atipico possa essere inquadrato nella categoria degli atti pubblici, ai fini di cui all’art. 479 c.p., atteso che, in base al tenore letterale della norma, è atto pubblico ogni documento redatto dal pubblico ufficiale per uno scopo inerente alla sua funzione, purchè dotato della capacità rappresentativa dell’attività svolta o percepita. Pertanto, non rileva affatto che il documento redatto dal pubblico ufficiale contenente la falsa attestazione non sia previsto da un’espressa norma che ne indichi i requisiti di forma.

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  8. Gian Mario Fassero22/9/07 16:31

    Il caso di Realdo, Verdeggia e Olivetta San Michele è simile a quanto accade da alcuni anni in Piemonte, con dimensioni assai più ampie. Da quando è stata varata la 482/99 quasi tutti i comuni della fascia alpina e prealpina del Piemonte occidentale si sono dichiarati occitani, francoprovenzali o francesi, o più di una cosa contemporaneamente. In molti casi, ad esempio le Valli di Lanzo, sono stati i presidenti delle comunità montane che hanno premuto affinché tutti i comuni si dichiarassero minoranza linguistica, indipendentemente della realtà, o delle differenti condizioni linguistiche delle comunità montane. Successivamente sarebbe stata formata una commissione, con il coinvolgimento dell’Università di Torino, ove si trovano tra i migliori dialettologi italiani, per verificare la bontà o meno delle autocertificazioni linguistiche delle amministrazioni locali. Un assunto dei vari occitanisti (agguerriti) e francoprovenzalisti è che tutti i territori montani e pedemontani in passato fossero occitani o francoprovenzali e solo successivamente (ma quando? e se la cosa risale a otto o sette secoli fa, quanto è significativo oggi?) sarebbero state introdotte le attuali parlate galloitaliche, ovvero piemontesi, per l’influsso dalla pianura e dalla cattiva e centralista capitale Torino. Poco importa se i testi in volgare del XIV e XV secolo di località come Dronero e La Manta siano in antico piemontese, e non in occitano: questi nella pubblicistica locale sono diventati occitani! La moda occitana in Piemonte, anche in ambienti colti, è tale che il 16 settembre nell’interno della prestigiosa rassegna musicale torinese Settembre Musica un concerto di musica medievale su testi in ancien français di XIII e XIV secolo (Guillaume de Machault, Thibault de Champagne) sono stati annotati come “testi in lingua d’oc”. Ma centri come Dronero, Caraglio, Borgo San Dalmazzo, linguisticamente piemontesi (ovviamente un dialetto piemontese diverso da quello di Torino o Asti), seppure con componenti di immigrati dalle montagne, che quindi parlano occitano, portano sulla bilancia alcune migliaia di abitanti che possono essere conteggiati nelle statistiche e quindi nella ripartizione dei fondi dedicati alle minoranze linguistiche. Un caso esemplare è quello di Corio, 3000 abitanti, grosso paese tra le Valli di Lanzo e il Canavese, a nord di Torino. Il comune si dichiarò francoprovenzale, seguendo le direttive della Comunità Montana Valli di Lanzo (ma T. Telmon nel 1996 scrisse “La Comunità Montana comprende anche Balangero, Cafasse, Corio, dei quali non risulta né dai documenti storici né dallo studio stratigrafico delle parlate odierne, che abbiano mai posseduto le caratteristiche linguistiche dei patois delle Valli di Lanzo”, in AAVV Miscellanea di studi storici sulle Valli di Lanzo, p. 63). Purtroppo Corio è uno dei paesi il cui dialetto è tra i meglio documentati a partire dalla metà del XIX secolo. Si tratta di un dialetto galloitalico (piemontese), con particolari caratteri tipici in generale dei dialetti del Canavese, caratteri che lo distinguono sì dagli altri dialetti piemontesi, ma proprio in senso anti-francoprovenzale, avvicinandolo a alcuni dialetti lombardi alpini (evidentemente si tratta di arcaismi, sopravvissuti all’influenza del piemontese attuale dalla pianura, e innovazioni proprie). Il dialetto di Corio è documentato nelle raccolte del 1853 di B. Biondelli e del 1875 di G. Papanti, è il punto 144 dell’AIS, Atlante linguistico italo-svizzero, è identico al dialetto della confinante Rocca Canavese, scelta come punto piemontese da Telmon per l’ALEPO, e di Forno Canavese, studiato da L. Zörner nel 1998. Addirittura due dei padri ottocenteschi del francoporvenzale, J.B. Cerlogne e C. Nigra, usano il dialetto di Corio (dove Cerlogne era cappellano) come esempio piemontese per confronti con il francoprovenzale valdostano. I caratteri del suo dialetto sono gli stessi di molti altri comuni canavesani, piemontesi, descritti da A. Rossebastiano (vd. in Corona Alpium, Firenze 1984, p. 391 sgg. e Italia settentrionale crocevia di idiomi romanzi, Tübingen 1995, p. 43 sgg.). Il dialetto di Corio tende in alcuni casi a spostare l’accento sull’ultima sillaba, come in alcuni dialetti savoiardi e attorno Grenoble, ma con modi diversi. Ët sente nin che la galinà a canta. Tu non senti che la gallina canta. Si vedono subito i tratti anti-francoprovenzali: non si conserva –s della 2 p. sing., non c’è la palatalizzazione delle velari, non si conserva –t della 3 p. sing. C’è la negazione piemontese posticipata da NE-ENTE. Ovviamente tutti i plurali sono nominativali, come in italoromanzo, anzi, ben evidenti anche nei maschili con la regressione della –i (non è metafonesi), con una successiva monottongazione: ël gat/ij ghèt da *gait < *gati gatto/gatti (cfr. lèt < làit latte). C’è la progressione dell’accento anche in alcuni dittonghi, come tësuere cfr. piem. tësòire forbici, attraverso *tësoìre, quindi che a piemontese òi corrisponda coriese [we] è ovviamente indipendente da [we] francoprovenzale (il francese oi), che è esito di antichi dittonghi *ei > *oi > we (dittongo che a Corio si conserva o ha altro esito, cfr. stèila, stella, frèd < frèid, freddo). Ma al di là di ciò, che cosa capita a Corio? Che ha ricevuto un grosso finanziamento regionale come comune francoprovenzale (ma gli amministratori dicono “Non siamo francoprovenzali, ma quei soldi fanno comodo a un comune”, e hanno ragione, se la legge lo permette), la consulenza linguistica è stata di una ragazza che non sapeva niente del dialetto locale (e che ha intervistato alcuni vecchi non indigeni che le hanno dato forme non locali, ma nemmeno francoprovenzali bensì dei dialetti piemontesi della vicina zona di Cirié) e che ci ha collaborato addirittura un noto piemontesista, autore del manuale dell’editore Assimil sul piemontese e di altre pubblicazioni in quel dialetto (proprio da suoi articoli precedenti prendo questi appunti linguistici per un tipo galloitalico e non francoprovenzale). La grafia adottata dalla giovane linguista è quella del BREL, l’ufficio valdostano per il francoprovenzale. L’adozione di quella grafia ha dato una patina di francoprovenzale al tutto, girando i tratti morfologici antifrancoprovenzali in francoprovenzali: impossibile? Bene, il coriese e pàrlan o e pàrlen, noi parliamo con accento sulla prima sillaba come in molti dialetti lombardi, diventa scritto parlèn. Si vede che i finanziamenti della 482/99 sono buoni per tutti, pur di attribuirsi etichette linguistiche impossibili. Ma qual è la morale? Che questa legge con l’autocertificazione, con perizie che se fatte sono state affidate a studenti universitari non sufficientemente preparati, è un modo per i comuni di ricevere qualche finanziamento, che i vari esperti locali ci possono attingere, e il tutto nell’indifferenza della realtà linguistica, perché a chi parla dialetto non interessa di questi titoli di minoranza linguistica, e gli intellettuali locali non ne capiscono niente e si fregiano di nuove glorie locali, di nuove identità etniche (30 anni fa erano tutti proletari antiborghesi, 70 anni fa tutti patriottici e monarchici...) e di un po’ di finanziamenti pubblici.
    Gian Mario Fassero

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  9. Fiorenzo Toso22/9/07 18:11

    L'intervento di Fassero è molto preciso e dettagliato e ci aiuta a capire con precisione cosa si nasconda dietro il tentativo di occitanizzazione di alcuni dialetti liguri alpini: ma la situazione del brigasco e dell'olivettese è ancora più chiara e documentata dagli studiosi, e non c'è proprio possibilità di equivoco, si tratta di varietà che col cosiddetto "occitano" non hanno nemmeno un rapporto di contiguità geografica, perché tra Realdo e i centri della Val Tinea, i primi di dialetto provenzale verso ovest, ci sta tutta la Val Roya oggi francese dove si parla ligure. Mi riserbo di esporre i dati in merito, come già detto, se e quando la Provincia si dimostrerà interessata a sanare il grave equivoco in cui è caduta, confidando che si decida contestualmente a ritirare il proprio sostegno alla dichiarazione di occitanità per Realdo, Verdeggia e Olivetta. Dal Piemonte è meglio importare i gianduiotti che non la gestione disinvolta di certi amministratori pubblici. Debbo però spezzare una lancia a favore del "piemontesista" citato da Fassero, si tratta di Francesco Rubat Borel, persona seria e preparata, mi risulta che il suo testo sia stato abbondantemente "francoprovenzalizzato" per i motivi che si possono facilmente immaginare. Del resto, se riescono a far diventare occitano il dialetto di Realdo, non c'è da stupirsi che scrivano il piemontese con la grafia del valdostano... Un cordiale saluto a tutti, Fiorenzo Toso

    (P.S. Tullio Telmon, citato da Fassero, è uno studioso serissimo ha scritto un lungo saggio sulle minoranze linguistiche per la "Storia della lingua italiana", vol. III, edita da Einaudi. Nel paragrafo dedicato all'occitano o provenzale, si elencano le valli dove si parla tale dialetto, ma ovviamente né l'alta Valle Argentina con Realdo e Verdeggia, né la Val Bevera con Olivetta San Michele, né l'alta Val Tanaro con Briga Alta e Viozene né ovviamente la val Roya francese con Briga. Consultare per credere, è solo un assaggio della bibliografia scientifica di riferimento)

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  10. Gian Mario Fassero23/9/07 15:02

    Ringrazio il prof. Toso per la lunga risposta. Per scagionare Rubat Borel, in effetti nel fascicolo pubblicato dal comune di Corio è indicato che lui ha scritto solamente il testo in italiano con ricerche di storia dell'arte e architettura , perchè mi sembra che sia un architetto o che comunque lavora nel settore dei beni culturali, mentre la consulenza linguistica è di T. Geninatti Chiolero (cognome originario della Val Grande di Lanzo, forse lei veramente francoprovenzale) e la traduzione in daletto del locale centro anziani. In tutto il libretto non c'è mai la parola francoprovenzale, ma solo il generico patois, che in francese significa dialetto. Segnalo la frase di Geninatti Chiolero: "... in nome di quell'unità che accomuna tutte le parlate francoprovenzali...". Si definisce lingua francoprovenzale una serie di dialetti molto caratterizzati, e spesso non intercomprensibili. L'unico dialetto francoprovenzale ancora in forze è quello valdostano, in Francia e Svizzera sonoquasi estinti, in Piemonte non c'è intercomprensione tra la Valle di Susa e la Valle Soana. Spacciare per francoprovenzale un dialetto piemontese con caratteri lombardi di certo aggiunge complicazioni alla cosiddetta unità delle parlate francoprovenzali, come non contribuisce all'unità occitana la comparazione tra Arnaud Daniel della Divina Commedia e la traduzione in ligure brigasco.

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  11. francesco rubat borel23/9/07 16:30

    Egregio sig. Fassero, La ringrazio per l'attenzione che ha portato sul caso del dialetto di Corio Canavese (TO). Soprattutto La ringrazio per aver consultato i miei scritti al riguardo e per aver riportato alcune cose che dissi anni fa a una convegno a Torino, i cui atti ahimè non sono mai stati pubblicati(ricordo un signore di circa 40 anni che mi avvicinò dicendo di essere di Corio, come mi pare Lei sia dal cognome, anzi, è omonimo di un parroco di Piano Audi scomparso una trentina di anni or sono). Qui non voglio esprimermi se il dialetto di Corio è o non è francoprovenzale. Indubbiamente però i dialetti posti sui confini tra aree linguistiche differenti, e con molte caratteristiche che si discostano dai dialetti della pianura, possono prestarsi a diverse interpretazioni. Distinguere se queste caratteristiche siano dovute al contatto tra le aree, o a arcaismi, o siano cose proprie, o addirittura remoti contatti con la Lombardia, diventa assai difficile. Per questo Lotte Zoerner che Lei cita, nel Canavese ha studiato sia i dialetti piemontesi che quelli francoprovenzali. Su questo ho discusso a lungo con la dott.sa Geninatti, spesso con pareri discordi, tuttavia trovando sempre una profonda e rara sensibilità verso le caratteristiche dei dialetti di questo territorio. E' per questo che apprezzo molto la sua scelta di usare un generico patois: il quaderno pubblicato mirava alla valorizzazione della parlata e della cultura di Corio, non è uno studio scientifico (tra l'altro, io sono archeologo, non architetto). La scelta di usare la grafia valdostana da lei fatta per i dialetti francoprovenzali del Piemonte è segno di una profonda maturità in campo sociolinguistico, perchè così unifica graficamente le parlate francoprovenzali cisalpine secondo le norme dell'area dove il patois è più vivo, pur salvando le peculiarità fonetiche delle singole parlate (le grafie francesi e svizzere sono assurde...), anche se su molti aspetti dovrebbe essere meglio adattata sulle peculiarità dell'area piemontese, che ha esiti spesso difformi da quella valdostana.
    Come sa il prof. Toso, condivido con lui le critiche alla legge sulle minoranze linguistiche così come è stata formulata. La Regione Piemonte aveva già una legge in merito, e per questa sua esperienza ha potuto istituire negli scorsi anni commissioni che hanno impedito casi limite come quelli di Triora pur essendo l'associazionismo che si rifa a alcune minoranze, in particolare quello occitano, assai agguerrite e con molti pregiudizi di ordine politico e culturale, come giustamente denunciano alcuni partecipanti a questo blog (in questo, gli attivisti francoprovenzali, mi permettano, sono invece per lo più meglio preparati dal punto di vista linguistico e culturale, forse perché non politicizzati).
    I problemi in generale per la legge sulle lingue minoritarie sono, come si evince anche dalla polemica in cui sono stato, ahimè coinvolto:
    - i dialetti di transizione o prossimi a aree di "lingua minoritaria" tutelata, perchè le amministrazioni locali si vedono discriminati nell'accesso a fondi per attività sulla cultura locale
    - i vari finanziamenti della legge nazionale delle lingue minoritarie non hanno portato un solo parlante in più e sono stati impiegati per varie attività culturali non specificatamente linguistiche (feste, concerti, mmostre, libri sulla vita del bel tempo andato)
    - e soprattutto, l'intero patrimonio linguistico italiano deve essere tutelato: piemontese, genovese, veneziano, napoletano ecc. hanno lo stesso valore di francoprovenzale e ladino, e in alcuni casi (penso ai dialetti galloitalici) sono più differenti dall'italiano che non appunto il francoprovenzale dal francese, o hanno espresso una letteratura di valore assai maggiore (penso al napoletano) che la letteratura di molti piccoli paesi dell'Unione Europea.
    Questo dibattito mostra come il problema sia sentito, e anche come il prof. Toso abbia saputo affrontare il problema con grande perizia scientifica e sensibilità culturale. Con i migliori saluti

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  12. Gian Mario Fassero24/9/07 20:27

    Excusatio non petita, accusatio manifesta. Mia madre è di Corio.

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